Il tempo e il desiderio

Dieci anni di Jonas. Dieci anni per tutti noi. E’ un onore scrivere questo piccolo contributo più di quanto possiate immaginare.

Non potrò evitare che questo piccolo pezzo riguardi alla fine il tempo, un tempo nostro ma anche personale, scivolando sul confine tra istituzionale e privato. Un simile pezzo non può non avere per me, che mi formavo seguendo i “significanti” di Massimo Recalcati alla sezione clinica dell’Istituto Freudiano di allora, in fase pre-Irpa, un significato particolare, il sapore di un punto di arrivo, di un ritorno, se si vuole, ad un punto di inizio. Esiste una figura retorica, l’inclusio, che consiste proprio in questo, nel finire un discorso nel luogo simbolico in cui lo si è iniziato.

Là, a suo tempo, in effetti c’ero. Ma poco. Non mi si notava certo. Stavo sempre in ultima fila e senza osare intervenire -non che fosse facile in un consesso in cui, complice l’apprendimento cosiddetto circolare, altri espertissimi del lacanese si scambiavano colpi di pas tout cui altri rispondevano con vaghe allusioni a nodi e a curiose equazioni. Tutti invariabilmente pallidi e coltissimi, in eguale misura.

Un momento come quello odierno non era allora prevedibile e non è replicabile, può accadere una e una sola volta. Per questo senso personale di gratitudine e in fondo di orgogliosa appartenenza non vorrei parlare delle sorti della nostra professione, ma dei perché, di ciò che di Jonas traspare, percola, tra-suda osmoticamente dall’interno verso l’esterno. Sui principi di un essere-nel-mondo, per dirla con Heidegger, princìpi che toccano il funzionamento di Jonas come quello di alcune istituzioni che quando vengono ricordate e desiderate, diventano finalmente vive e nostre. Un destino gemello, una strada parallela, anzi, più strade parallele. Dieci anni, la vita che scorre, le realtà che si evolvono, panta rei, le istituzioni, l’Ordine degli Psicologi, Jonas. Tutto questo in tre brevi concetti. Tutto qui, niente altro: solo tre storie, e tre valori abbarbicati ad esse.

La prima di queste storie è sulla passione, sul desiderio.

Io non sono uno psicoterapeuta. Un clinico si, ma non un terapeuta. Eppure oggi sono qui di fronte ai membri di Jonas come rappresentante di una comunità.

Qualcuno non ci deve aver creduto, e ringrazio per quello che ho vissuto come un atto di stima.

Per molto tempo e forse ancora oggi è sul sito di Jonas la notizia del dialogo pubblico sul tema del padre in cui “i due psicanalisti Recalcati e Grimoldi si incontrano”.

Se questo potesse avere per me il valore di un’autorizzazione, di una passe alla maniera lacaniana, da poter solo abbracciare, accogliere fatalmente, come un destino, sarebbe magnifico. Ma non sarei io ad autorizzarmi in primis.

Tuttavia, se, come ho sempre creduto, fossi portatore di un desiderio, lo ammetto, magari troppo fragile o frustrato da una personalità troppo bizzosa da prendere la decisione seria di affrontare il cammino per fare di me un analista? Che resterebbe dunque, che è rimasto di tutte quelle letture, di quella passione, di quel piccolo ma tenace desiderio?

La dico alla mia maniera. Credo che lo spostamento, la sublimazione e tutta una sequenza di alchimie abbiano la capacità trasformativa di farti ritrovare le cose in forma diversa, di mutare miracolosamente l’acqua in vino, di farti trovare, o ri-trovare un punctus minoris resistentiae e da lì insinuarsi nel reale e di fare capolino. Ebbene, se devo osare, dovrei dire di essere diversamente psicanalista, ma siamo seri: la verità è che la mia passione per la psicanalisi si è diversamente incanalata, facendosi prima politica -in senso ampio quanto possibile-, e infine istituzione. Una delle più chiare fonti di orgoglio dell’attività di questi ultimi anni è l’avere aiutato a pacificare il rapporto, da sempre tribolato in Italia tra psicanalisi e legge. In questi anni è divenuto chiaro che la psicanalisi non è un passatempo per ricchi annoiati e che non può essere esercitata da chiunque. Questo le permette di proporsi nel sociale come strumento utile, preziosissimo e dotato di una capacità trasformativa unica sul piano individuale ma anche collettivo.

Jonas nasce da una stessa passione che si cristallizza in un’azione collettiva e concreta. Credo possa essere questo il tempo di una ricerca di senso, e insieme ad esso di un rinascimento della psicanalisi, un processo di cui fa parte certo una realtà come Jonas, con altre istituzioni al suo fianco. La prassi di Jonas discende dallo stesso nostro profondo convincimento -questo legittimamente anche mio- che ciascuno di noi non è in fondo padrone a casa propria. L’amore, l’odio, ogni tipo e variante di passione, e tutto ciò che come la mitologica fenice torna sempre dalla sua cenere ha invariabilmente il sapore di questa verità.

La seconda storia è sull’amicizia.

Discorrendo di istituzioni mi viene in mente un paradosso legato all’immagine di un amico di vecchia data. Fabio era fornito in tarda adolescenza e prima maturità di una notevole dose di un carisma che a me giovanissimo faceva invece difetto. Non che fosse propenso ad essere un gregario, tutt’altro. Mentre io mi ero subito iscritto a Psicologia, lui per tre anni fece scelte diverse, che a me apparivano coraggiose, fuori dal solco dell’aratro, inconsuete. Viaggiava, lavorava qua e là, cercava delle risposte a quelle domande che a quell’età -parlo di poco più di venti anni- capita che assumano carattere di urgenza. Insieme scalavamo montagne, abbastanza saltuariamente invero, e io in quei frangenti gli raccontavo. Della differenza tra nevrosi e psicosi e dell’enigma della sindrome borderline, secondo Bergeret e secondo Kernberg, dei meccanismi di difesa, di alcuni libri di casi clinici, neppure così straordinari rivisti con il senno di poi, ma allora i miei preferiti.

Rimasi stupito quando si iscrisse a Psicologia. Si è entusiasmato subito, ha fatto bene i compiti a casa e finito nei tempi regolamentari. Completata l’università si è sentito non completo, e ha deciso di iscriversi ad una scuola di psicoterapia; per farla, ha aperto un mutuo. A ventotto anni, una scuola di quattro anni, l’analisi personale e le supervisioni è un impegno che seleziona. Tra parentesi sarebbe grave, anzi gravissimo se un giorno dovessimo constatare che la professione di psicoterapeuta in Italia non è accessibile a chi lo desidera, ma solo ad alcuni. Una selezione di questo tipo produrrebbe effetti devastanti sul futuro della nostra disciplina.

Nel frattempo abbiamo lavorato insieme. La mattina usciva però spesso alle sei e mezza per essere in una scuola a Pavia o a Bergamo. Un giorno la donna che amava è rimasta incinta. Senza dirmi nulla Fabio si è allora iscritto ad un concorso per un lavoro d’ufficio e lo ha vinto. Nel 2009 mi è stato detto che si è cancellato dall’Ordine, sei mesi prima del mio insediamento alla presidenza dell’Ordine lombardo. A lui ho dedicato il lavoro di questo primo quadriennio. Il mio desiderio profondo è stato, in effetti, dedicare un tempo al mio Altro, un Altro conosciuto e prossimo. Jonas ha fatto la stessa scelta. La decisione era ed è di ridefinire la psicanalisi orientandola al trattamento delle nuove forme, epidemiche, del disagio, e di rendersi accessibili, disponibili, sostenibili, trattando il setting in modo da renderlo funzionale allo scopo.

L’ultima storia è su quando si smette di essere studenti.

La formazione ha un suo tempo. La mia, guidata dal desiderio più che dalla legge, ha percorso vie tortuose. So però con precisione quando è finita. Il mio ultimo giorno da studente è stato il 14 Febbraio del 2000, giorno di San Valentino, grazie all’opera formativa del Dottor Saliveros Anargyros, un medico greco all’epoca specializzando. Era giovanissimo, il dottor Anargyros, ma aveva già l’arroganza di chi sa di essere un soggetto supposto sapere, di quel sapere peraltro che ha a che fare con il corpo fisico e che dona uno sconfinato potere sull’altro. Mi disse, un giorno: “scopriremo certamente che cosa hai”. Definiva, con questo, un limite del sapere. Eppure la dimensione unica, recalcitrante del caso individuale non riusciva a definire in lui una cornice di dubbio, a scalfire l’orizzonte del totalitarismo scientista. “Se c’è qualcosa che possiamo fare per te”. -aggiunse- “lo sapremo entro i prossimi tre mesi”. Mi risultarono chiarissime due cose. La prima fu curiosa: nessuno mi avrebbe mai più dato del lei finché fossi stato in quella condizione. La seconda era che secondo quel giovane specializzando per valutare correttamente la gravità di uno strano quadro clinico -che non capiva bene e che ero però, in ultima analisi, io- occorreva verificare se sarei sopravvissuto per i successivi novanta giorni.

Non ho mai raccontato questa storia, né mai la ripeterò altrove; molti dei miei amici non la conoscono perché ho provato una profonda repulsione per quella sensazione intensa di straordinaria fragilità e di assoluta impotenza.

Tuttavia, come dicevo, qui per me oggi succede qualcosa di speciale, e forse un cerchio si deve chiudere.

Sono al tempo stesso infinitamente grato a quel medico di molti anni fa per la sua prognosi errata. Smisi infatti di essere uno studente nello spazio di un breve istante. Fu allora che la balena mi sputò, come fece con il profeta Giona.

Da allora è iniziato tutto e mi sono autorizzato. Da solo. A fare molte cose appartenenti alle categorie del lieben und arbeiten freudiano e altre e diverse. E ho corso, ho corso molto e sempre di più fino a farlo perfino a New York in una grigia domenica di inizio novembre.

Senza però che la balena ti divori, ti mastichi e ti sputi, senza incontrare un padre, non si può coltivare con intensità il valore del desiderio e riconoscerne la potenza carismatica e trasformativa. Ognuno avrà i suoi padri e le sue balene. Molte volte però, dopo di allora, lavorando per le istituzioni ho avuto la sensazione che la valorizzazione del desiderio, il lavoro sulla qualità abbia una componente di novità talmente forte da essere vissuta come eversiva.

Credo che Jonas sia nato da questo stesso mito fondativo, e che sia questa la ragione ultima del suo essere nel mondo, del suo successo, della sua credibilità.

L’istituzione valorizza -e non mai surroga- la passione, le capacità professionali, l’impegno individuale nel presentarsi al mondo. Il suo compito può essere sintetizzato in una decisa azione di protezione del desiderio e della qualità.

Questo ancoraggio significa tutelare i molti che perseguono una strada di impegno costante e rispettoso delle regole, diventando ad esempio psicanalisti dopo anni di studio e seguendo i percorsi necessari e indicati dalla Legge e dalle leggi. Gli psicanalisti selvaggi hanno fatto il loro tempo. E sono anche troppi i counselor e coach che scimmiottano le competenze psicoanalitiche, caratterizzati da un desiderio debole e da una formazione precaria, che ricevono un attestato da soggetti con pochi scrupoli. Per fortuna un buon colloquio non potrà mai essere sostituito dall’applicazione per smartphone che riproduce le macchie di Rorschach fornendo all’utente un precario vaticinio su di sé. Per questo oggi il ruolo dell’istituzione è essenziale per permettere la valorizzazione della qualità, costruita sulla base del desiderio e cementata dall’impegno. L’istituzione conosce e coltiva la passione, il desiderio che ben conosce e da cui è attraversata, e la qualità che al suo interno si crea. Cogliendo al tempo stesso qualcosa di un bisogno profondo che abita il sociale. Ogni buona istituzione è in fondo non molto più di questo: un’incubatrice.

Così fa certo Jonas. Così l’Ordine degli Psicologi di oggi, suo alleato.

Con lo scopo finale di sentirsi al posto giusto, con un senso di accettazione e di donazione di senso alla vita. Per dirla con ciò che Mario Luzi afferma nella bellissima poesia con cui Recalcati introduce una delle sue opere più importanti: “sia grazia essere qui – nel giusto della vita, nell’opera del mondo.- Sia così.”

Mauro Grimoldi

Scarica la versione in pdf.