Le caratteristiche psicologiche come causa efficiente della devianza minorile

 1. Il crimine adolescenziale come sintomo

Pochi pensieri sono così rigorosamente vincolati a un’immagine stereotipata come quello dell’adolescente autore di crimini. Nell’immaginario collettivo il delitto minorile evoca l’idea di una follia, di un’aggressività incontenibile e incontrollabile, di pulsioni non arginabili che danno origine a una violenza cieca. È questa la caratteristica comune che molti adulti attribuiscono a “certi” adolescenti che delinquono e che suscita in loro inquietudine.

Ma, a sorpresa, i ragazzi che esprimono il proprio disagio con l’agito grave contro se stessi o gli altri o le cose raramente si adattano a questo profilo dell’adolescente impulsivo. Nei tribunali minorili come negli ospedali specializzati in disturbi alimentari, nei Ser.T. e presso gli studi degli psicologi più in prima linea nel trattamento di forme nuove di disagio, si incontrano con insospettabile frequenza adolescenti che fino a ieri erano considerati bambini modello, cui apparentemente era stata impartita una buona educazione, che paiono avere ricevuto affetto. Alle loro spalle spesso non ci sono neppure quelle situazioni di degrado sociale e familiare che fino a pochi anni or sono erano considerate la principale, quando non l’unica, causa efficiente delle condotte criminali dei ragazzi.

La nuova fenomenologia della delinquenza minorile pone quindi importanti quesiti sulla natura e i moventi degli agiti antisociali, in particolare sul loro rapporto con le forme dell’aggressività adolescenziale e con gli impulsi e la struttura di personalità.

Occorre allora cercare di definire se ci sia qualche profilo specifico del crimine commesso da soggetti in fase evolutiva. Ad esempio appare come una costante che questi ragazzi non hanno una percezione chiara e immediata di sé nel luogo e nel tempo del reato. I giovani che hanno estorto ai coetanei dei cellulari o degli abiti firmati, che hanno spacciato sostanze stupefacenti, che hanno aggredito in gruppo un barbone è raro che avessero consapevolezza delle motivazioni, o meglio delle ragioni reali, profondamente sottese ai propri gesti. Pertanto molti di loro di fronte all’intervento del sistema penale hanno una reazione di stupore. Tutto questo conduce lo psicologo nell’esprimere il suo giudizio tecnico a situare gli autori di questi reati al di sotto dell’età mentale necessaria per una corretta valutazione del valore deontico (giusto-sbagliato) della azione criminosa.

La “premeditazione”, con i caratteri propri dell’aggravante definita dal codice penale, si riscontra invece con una tale sporadicità da permettere di sostenere che quando essa si presenta si dovrebbe attribuire al minore una sorta di ipermaturità che potrebbe rappresentare l’ideale contrappunto dell’immaturità. Come il giudizio di immaturità equivale a dichiarare un difetto della capacità di intendere, così l’ipermaturità collocherebbe il minore in uno status psicologico simile a quello dell’adulto. In entrambi i casi avremmo una valutazione del fatto reato al di fuori del “limbo giuridico” della maturità ridotta propria della fase minorile.

Curiosamente, di fronte alla normale ridotta capacità di un adolescente di percepire gli aspetti di un gesto trasgressivo, pur nel rapido mutamento delle forme della criminalità adolescenziale, ha fatto ritorno l’antica questione della malattia mentale o del vizio di mente. Il recente passaggio delle competenze della valutazione del minore detenuto a personale sanitario ha significato la reviviscenza di una tendenza culturale a vedere la patologia mentale; inoltre, se la presa in carico è possibile solo a condizione che al minore sia diagnosticata una malattia, gli operatori hanno una motivazione estrinseca a dichiararne l’esistenza per assicurare il trattamento del minore. I futuri sociologi della medicina si stupiranno pertanto nel constatare che dopo il 2009 i dati indichino un incremento del tracollo psichiatrico dei minori autori di reato.

Ma esiste, al di là di variabili contingenti, un mal-essere del criminale adolescente assimilabile al vizio di mente, e quale sarebbe la sua caratteristica? La commissione del crimine rappresenta, già secondo Cesare Beccaria, la violazione di un patto sociale, con il ritorno all’esistenza ferina dell’homo che sia per l’altro lupus, ovvero che prenda ciò che vuole quando lo vuole, e che a causa di questa voracità dell’Es sia in perpetua lotta con il prossimo. Freud a sua volta ha inquadrato la civiltà come limitazione – necessaria per la vita collettiva – del desiderio individuale libidico e aggressivo, il quale desiderio, tuttavia, mai sopito del tutto, di fronte a conflitti gravi tra il sé e il mondo si ripresenta e si cristallizza in azioni antisociali. Quando peraltro tale conflitto non è consapevole, come accade spesso con gli adolescenti, il loro disagio si trasforma in azione.

Il reato minorile può essere quindi considerato un sintomo di una patologia della relazione tra il sé profondo e il mondo esterno; per questo le parole autorevoli dell’educatore, dello psicologo, del magistrato, dell’assistente sociale possono avere per il minore una valenza trasformativa.

2. Le correlazioni tra devianza minorile e psicopatologia

La follia e il crimine possiedono alcune analogie che nel tempo ripropongono il tema della loro parentela stretta. Il delirio, fenomeno primario indicatore di psicosi grave, etimologicamente è connesso all’uscita dal comune binario della regola e, dunque, è ravvicinabile alla devianza. Delirare è un verbo composto dalla particella “de”, indicante allontanamento, e dalla parola “lira”, che anticamente indicava il solco della zappa, della vanga. Delirare significa, nella vulgata, uscire dalla via della ragione, vaneggiare, farneticare. La stessa distanza dalla norma giuridica che assume il crimine, lo assume quindi la follia nel distanziarsi dalla norma sociale.

Pur esistendo delle sovrapposizioni fra le due situazioni, più evidenti nel caso del consumo e spaccio di sostanze stupefacenti e delle parafilie, usualmente uno stesso atto può da un punto di vista giuridico essere definito fuori dalla norma ed essere categorizzato come crimine ma non implicare aspetti di patologia. Viceversa, come ha mostrato una recente ricerca1, il contributo delle persone con disturbi mentali al tasso di violenza della società e, quindi, alle statistiche dei delitti è trascurabile. Inoltre, se l’età di esordio di alcune patologie psichiatriche è situata in una fascia fra i quindici e i venticinque anni di età2, è però vero che in una fase così precoce è frequente una spontanea remissione dei sintomi3.

Nonostante la correlazione diretta tra malattia psichiatrica e comportamento criminale sia stata più volte smentita dalla ricerca empirica, la questione ritorna spesso. La ragione va oltre la parentela tra i due concetti; l’ipotesi che si propone è che l’idea della criminalità causata da una forma di follia sia fondamentalmente rassicurante. Si tratta della formulazione ingenua della teoria del “monstrum”4 secondo la quale l’etichettamento psichiatrico fornirebbe alla devianza una spiegazione semplice e deterministica. Il criminale “folle” o “drogato” permette di mantenere una distanza, rassicurandosi rispetto al fatto che la propria “normalità” non possa occultare un pericolo invisibile. Il “valore della normalità” è infatti particolarmente messo in crisi proprio dalla complessità delle cause del crimine quando questo sia svincolato da condizioni di marginalità sociale e da carenze educative. Si tratterebbe di una difesa riconducibile al meccanismo di scissione e proiezione descritto da Melanie Klein5.

3. Le caratteristiche psicologiche della criminogenesi adolescenziale

Escluso il paradigma della malattia mentale, la quale si ritrova in casi molto marginali, la quantità e i modi della nuova criminalità minorile mettono il clinico di fronte alla necessità di capirla per costruire risposte nuove e dotate di senso. Come risulta da varie analisi6, tale criminalità è causata da molti fattori e nessuna teoria può offrirne una spiegazione esclusiva. Tuttavia alcune variabili psicologiche devianti individuate nel tempo e proposte come cause efficienti della devianza minorile si sono dimostrate convincenti nello spiegare degli specifici crimini giovanili.

3.1. La devianza da pulsione non arginata

Le indagini cliniche sottolineano spesso nel profilo dei ragazzi devianti la presenza di un pensiero concreto che prevale su quello astratto, l’inadeguata capacità di programmazione e di decisione, un ritardo mentale correlato a comportamenti impulsivi, accompagnati invariabilmente da situazioni familiari complesse e multiproblematiche.

Dal punto di vista strutturale, la personalità di un aggressore o di un molestatore si può considerare in qualche modo prevedibile, dipendente da qualcosa che lo abita profondamente. Ad esempio l’incapacità di arginare e gestire un desiderio aggressivo o libidico dipende dal risultato di un conflitto interno. Restando ancorati a Freud, il conflitto principale è quello tra Es e Super-Io, ovvero tra pulsioni e autocontrollo. In un’accezione “classica” una reazione violenta è rappresentata come una spinta pulsionale pura che trova di fronte a sé argini troppo deboli7.

Il collocamento del minore in una comunità protetta o anche in carcere può in tale senso rappresentare una sorta di protesi di una struttura interna mal funzionante o assente, incaricata della regolazione etica del comportamento sociale.

Va considerato che la posizione di un argine interno all’aggressività è un prodotto squisitamente culturale: per questa ragione ciò che si considera giusto o sbagliato cambia a seconda dell’epoca storica e del contesto, in maniera correlata in via diretta all’educazione ricevuta dalle figure di identificazione. “Noi crescevamo,” dice il poeta Rilke, “per essere simili a coloro che non avevano più altro che essere già grandi.” Le vicissitudini del Super-Io sono dunque legate alla quantità e qualità delle identificazioni disponibili.

Lo sviluppo di una capacità autonoma di giudizio diventa pressoché impossibile o comunque è reso grandemente complesso quando la proposta identificatoria risulta inaccettabile o poco allettante. L’esempio più eclatante può essere quello di un bambino abbandonato, almeno affettivamente, senza riferimenti adulti significativi.

Questa teoria relativa all’eccesso di aggressività male arginata possiede tuttora una capacità di seduzione che nasce dalla sua pulizia e semplicità. In verità, la forma pulsionale di genesi del gesto criminale causata da un problema strutturale è stata messa in discussione e affiancata a modelli più articolati.

3.2. Il condizionamento da modelli antisociali

Alcune forme di devianza possono essere anche condizionate da modelli antisociali. Questo accade più facilmente in nicchie culturali di migranti o in sottoculture mafiose. Le identificazioni con modelli devianti e oppositivi, una diversa percezione sociale delle leggi e delle regole, l’assimilazione di principi etici “altri” per pressione della subcultura di appartenenza, inducono a valutare come corretti dei comportamenti che la legge definisce crimini. Il più delle volte è difficile, se non impossibile, per il ragazzo o l’adolescente mettere ciò in discussione perché egli si porrebbe contro chi ha autorità su di lui; l’attacco ai genitori come tali non è possibile e la prospettiva della solitudine è intollerabile.

Fanno parte di questa categoria anche alcuni crimini motivati da una forma di quiescenza alle regole e ai valori del gruppo sociale di appartenenza, ovvero commessi per dimostrarsi all’altezza di un gruppo contagiato da valori delinquenziali, e in quanto tali tipicamente connessi con la forza e la prevaricazione.

La letteratura psicoanalitica è stata negli anni Cinquanta dominata dal problema dell’identificazione obbediente con i modelli violenti. Il genocidio degli ebrei e degli zingari avvenuto durante la seconda guerra mondiale sotto gli occhi della civiltà occidentale ha posto come centrale la discussione sul male morale. Si pensi, ad esempio, alle emblematiche opere di Annah Arendt e di Erich Fromm8.

Un altro tema esportabile nella considerazione del crimine adolescenziale è l’effetto “distanziamento”, per cui in un contesto strutturato si attenua la responsabilità individuale fino a perderne coscienza. Basti citare il fenomeno dei “sassi dal cavalcavia” dove la distanza tra aggressore e aggredito è così ampia da introdurre un elemento di casualità, che diviene parte integrante della hybris dell’aggressione. In questi minori non c’è la capacità tracotante di fronteggiare l’Altro armati di un desiderio distruttivo, ma solo una desolante deresponsabilizzazione.

3.3. La violenza difensiva

Un giovanissimo omicida sosteneva che “la cattiveria è una maschera, che quando ci si sente deboli si mette per non farlo capire agli altri, ai tuoi amici…”. In questi casi l’adolescente vuole proteggere con la condotta deviante violenta la sua stessa autostima.

Ciò è particolarmente evidente nella scarsa inclinazione dei giovani a riconoscere la propria responsabilità e nella loro incapacità a tollerare le frustrazioni. La risposta aggressiva mira in questi casi a difendersi dal rifiuto dell’Altro, che viene vissuto come un attacco. La percezione di un rifiuto da parte dall’adolescente è frequente: l’abbandono, il tradimento, la bocciatura scolastica, perfino le asimmetrie nel possesso dei beni di consumo vengono descritte come ingiustizie che di per sé autorizzano a innescare la dinamica della sottrazione violenta. Le nuove dipendenze possono essere considerate modi di mantenere una patologica vicinanza tra sé e un oggetto di desiderio controllabile e disponibile, che non può essere frustrante.

Il gesto antisociale non è mai stato così tanto supportato da queste motivazioni. Gli adolescenti, a volte anche con la violenza estrema di gesti che assumono prerogative tragiche, dichiarano con forza provocatoria e bellicosa la loro fragilità.

La questione non riguarda solo la nuova violenza contro l’altro da sé ma anche le altre espressioni del disagio adolescenziale; tipicamente i disturbi dell’alimentazione hanno spesso, declinato al femminile, lo stesso significato eversivo rispetto allo status quo del sistema sociale e familiare. L’agito antisociale degli adolescenti, tuttavia, al contrario delle anoressie, non è un sintomo opaco ma rappresenta un’operazione significante altamente simbolica cui può essere riconosciuto un senso.

Mauro Grimoldi

1 A. Barbato, Violenza e disturbi mentali, relazione tenuta presso Istituto Mario Negri, Milano 22 Maggio 2009.

2 J. Kirkbride, “Impact of Contextual Environmental Mechanisms on the Incidence of Schizophrenia and Other Psychoses” in Advances in Schizofrenia, Springer, 2010.

3 Marcelli, Bracconnier, Adolescenza e psicopatologia, Masson 2009. Esistono peraltro differenti posizioni rispetto al problema della diagnosi di un disturbo psichiatrico in adolescenza, da chi ritiene impropria la diagnosi a chi applica modelli analoghi a quelli dell’adulto.

4 M. Grimoldi, Adolescenze estreme, Feltrinelli, Milano 2006.

5 M. Klein, Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri 2005.

6 Cfr. in particolare F. Occhiogrosso, “La ‘nuova’ devianza minorile”, in Minorigiustizia, 2007, n. 1, pp. 7-15; Id., “Operatori sociali e giudici a confronto con i problemi dell’adolescenza”, ibidem, 2009, 4, pp. 49-56.

7 Un esempio attuale riguarda l’aggressività verso gli animali: normale verso i piccoli animali in preadolescenza, essa esprime un impulso sadico quando riguarda animali di dimensioni notevoli e animali domestici.

8 Tra le altre opere, si considerino H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 2003 e E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, 1983.

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