L’abito su misura. Significato ed effetti attesi dai contenuti di progetti di messa alla prova a favore di minori autori di reato

di Mauro Grimoldi e Roberta Cacioppo

1. Significato e contesto

La messa alla prova, introdotta dal noto “articolo 28″ delle disposizioni sul processo penale minorile del 1988, si configura come lo strumento principe destinato a promuovere la riabilitazione dell’adolescente autore di reato, con conseguenze anche sull’esito del processo perché il percorso, se portato a termine, si conclude con la possibilità concreta che il reato venga dichiarato estinto.

La pianificazione di una messa alla prova ha natura intrinsecamente educativa e la personalizzazione dei suoi contenuti è fondamentale, dovendosi essa costruire sul significato speciale ed esclusivo assunto da quel reato per quell’unico, particolare minore e sulla ricerca degli eventi interni ed esterni che hanno reso in quel momento “conveniente” per lui, su di un piano profondo e inconsapevole, la commissione di un reato. La valutazione deve rendere possibile una donazione di senso a un comportamento prima opaco e apparentemente irrazionale. Alle fondamenta di ogni progetto di messa alla prova c’è quindi un atto fondativo complesso quanto imprescindibile di natura diagnostica, che ha il compito di orientare il progetto, definendo quali altre esperienze possano avere una valenza educativa e la capacità di ridurre le probabilità di recidiva.

È il concetto di “abito su misura”: l’intervento giudiziario assume valenza terapeutica attraverso la possibilità di una nuova narrazione che ricostruisce il significato dell’evento reato per il minore che lo ha commesso. Occorre quindi aprire spunti di riflessione sulla scelta e sull’applicazione di precise condizioni educative nei contenuti e nella forma delle singole proposte progettuali della messa alla prova.

1.1. Il principio di minima offensività

L’esistenza di un sistema di giustizia penale minorile diverso da quello della giustizia degli adulti si fonda su due assunti fondamentali riguardanti gli adolescenti: che questi abbiano una capacità di giudizio limitata rispetto agli adulti e che siano più plastici, quindi più suscettibili di beneficiare di eventi educativi atti a modificare la propria personalità1.

Si rileva comunemente che un ragazzo è meno responsabile del fatto reato compiuto, di cui per l’età intende meno il significato antisociale. Il reato è un evento di cui egli ha consapevolezza limitata e la cui commissione può essere imprevista anche da chi circonda il minore da vicino. L’obiettivo condiviso della messa alla prova è l’aumento della consapevolezza e, di conseguenza, lo sviluppo di un diverso e ampliato grado di libertà.

Tale finalità viene realizzata applicando il principio di “minima offensività” secondo cui il processo penale non deve influire sulle esigenze educative del ragazzo e ledere il suo percorso evolutivo né attivamente – costringendolo a seguire percorsi formativi non adatti –, né passivamente – interrompendo eventuali itinerari educativi già in atto –.

L’attivazione della messa alla prova vuole anche evitare un rischio concreto che il processo penale a carico di un ragazzo possa risultare addirittura dannoso, andando a gravare su una personalità in via di sviluppo. Infatti il pericolo che egli si ritrovi stigmatizzato come delinquente costituisce un’eventualità concreta, specie per chi abbia trascorso un periodo di custodia in carcere.

1.2. La nozione di giustizia come riparazione

La premessa che rende praticabile la messa alla prova è un’affermazione di confine tra filosofia del diritto ed etica: la prevalenza della finalità rieducativa su quella retributiva.

La pena per sua natura è l’afflizione di una sofferenza che compensa il bene sociale leso. Il percorso di messa alla prova va in un’altra direzione. Essa si rivolge anzitutto alla mobilitazione di risorse complesse finalizzate alla donazione di senso al fatto reato. Questa funzione si può definire riparativa poiché opera nella direzione di risanare il danno causato attraverso una risposta equilibrata ai bisogni della vittima, della comunità dei cittadini e dell’autore del reato. All’interno di un sistema così strutturato, tutti i soggetti coinvolti sono considerati come parti in causa, ciascuno con bisogni propri riconosciuti come legittimi: la vittima necessita di comprensione e giustizia, la comunità di garanzie riguardanti la difesa sociale, l’autore del reato di accedere a una dimensione di completa responsabilità rispetto all’offesa cagionata e di essere reintegrato nella collettività senza procurare a essa ulteriori lesioni.

1.3. Tensione educativa e correlati psichici

Nella costruzione del progetto di messa alla prova, gli aspetti educativi, sociali e psicologici si legano in maniera inestricabile e si valorizzano nella reciproca interazione.

Provvedimenti che diventano in ultima analisi interventi educativi si propongono di fornire innanzitutto al minore opportunità inedite, in grado di introdurre uno iato tra la condizione sistemica che ha fatto da sfondo esistenziale al reato e una nuova situazione ancora ignota.

L’obiettivo operativo da raggiungere è il recupero sociale del minore attraverso il riconoscimento dell’appartenenza al sé di un gesto antisociale che può apparire come lontano, estraneo, indesiderato. In alcuni casi, la responsabilità – intesa come appartenenza del reato al sé – può anche essere in parte presente al tempo zero della presa in carico, ma in statu nascendi, quindi da implementare, costruire, portare a maturità nel periodo del trattamento.

Punto di partenza è la valutazione della personalità del minore, che avviene tipicamente attraverso la formulazione di un bilancio evolutivo2, in particolare ponendo l’attenzione su alcune questioni fondanti il periodo di vita adolescenziale: il processo di separazione e individuazione, il momento della nascita sociale, l’integrazione della sessualità nella personalità e l’affermazione dei propri ideali. La personalità del minore, infatti, si definisce nell’interazione tra gli aspetti intrapsichici e la capacità di relazionarsi all’ambiente sociale circostante, anche attraverso la possibilità di prefigurarsi scenari riferiti al futuro. Attraverso il disegno di un quadro plastico che delinei le interazioni tra queste aree, sarà possibile impostare le prime ipotesi per la costruzione di un programma ad hoc che si concretizzi nella realizzazione di un progetto educativo3 preciso e tangibile. Solo così il percorso di messa alla prova può permettere una ripresa di un processo dinamico che per qualche motivo si è a un certo punto bloccato.

La realtà interna che emerge dalla valutazione di personalità/bilancio evolutivo richiede un’interconnessione immediata con la stima di dati reali relativi ai fattori di rischio e protezione del contesto di vita del minore. Le condizioni e le modalità di recupero sono connesse quindi sia alla mobilitazione delle risorse personali, sia all’individuazione di quelle ambientali adeguate. Si tratta in ultima analisi di concentrare l’attenzione sulla potenzialità evolutiva connessa alla personalità del ragazzo, attraverso azioni che abbiano caratteristiche di percorribilità e adattabilità. Narrazione, costruzione di significato, esegesi di una simbologia inconscia veicolata dal reato sono gli elementi in grado di mettere in movimento i processi psichici dell’adolescente.

Il considerevole impegno richiesto al minore all’interno del percorso della messa alla prova è una variabile fondamentale che permette infine l’acquisizione di fiducia in sé4, anche attraverso la conquista di un nuovo senso di appartenenza e la percezione di controllo sul proprio destino e sull’ambiente immediatamente circostante. Tutto ciò può essere reso possibile solo a patto che la valutazione iniziale e la progettazione seguente siano sinergicamente intrecciati nel fornire all’adolescente la possibilità reale di poter superare una sfida.

2. I contenuti: significati e aspettative

La messa alla prova prescinde dal contenuto edonistico, ovvero non è necessariamente afflittiva poiché non risponde a logiche riparative, né è piacevole perché non ha la necessità di “sedurre” il suo cliente naturale, che ottempera a una prescrizione dell’autorità giudiziaria.

Considerare le prescrizioni contenute nella messa alla prova come uno strumento che si giustifica e si fonda sulla personalità del ragazzo e non sul reato commesso è una premessa fondamentale per la costruzione del progetto. Quest’ultimo, inoltre, dovrebbe possedere una serie di caratteristiche che lo rendano realizzabile: ragionevolezza (l’adolescente deve comprenderlo e accettarlo), positività (dare indicazioni più che prescrizioni), fattibilità (circostanze in cui verrà attuato), verificabilità in merito ai mezzi e non ai risultati (ad esempio: non pretendere la promozione a scuola, ma lavorare sulla costante puntualità), praticabilità (con riferimenti alle risorse utilizzabili in funzione dei processi psichici che si intende attivare, premurandosi di coinvolgere la famiglia, e gestendo la partecipazione degli operatori sociali), con attenzione alle attività riparative del danno5. L’adeguatezza globale del progetto è fondamentale: il suo fallimento può avere ripercussioni rilevanti sul futuro del minore.

Ma non solo: c’è una continua interazione tra motivazione e adesione, ovvero i risultati positivi aumentano la motivazione ad aderire a ulteriori momenti del trattamento6. Gli effetti a lungo termine di una variabile dinamica come la motivazione suggeriscono un’interazione con il trattamento che sostiene l’effetto della motivazione nel corso del tempo.

2.1. Interventi occupazionali

Molti adolescenti che gravitano all’interno del circuito penale vivono una condizione di drop-out scolastico e/o lavorativo. Si tratta di un fattore di rischio precipitante universalmente riconosciuto. Nel quotidiano essi hanno troppo tempo libero senza sapere come occuparlo, e le ricadute sull’autostima e sul senso di efficacia sono evidenti; la loro idealizzazione di una vita libera, fuori dagli schemi, deviante, è da considerare in questi casi una difesa vicina all’intellettualizzazione, che protegge ideologicamente dalla percezione di un fallimento.

Valutando questa loro condizione occorre considerare che il successo scolastico e l’ingresso nel mercato del lavoro sono correlati a caratteristiche personali e motivazionali soggettive e vengono influenzati anche da fattori legati alla famiglia d’origine e alla qualità del sistema scolastico7. In effetti la capacità di essere inseriti nel sistema produttivo discende da alcune capacità di base, come la tolleranza alla frustrazione e il riconoscimento non conflittuale dell’autorità e la competenza relazionale e il carisma degli adulti di riferimento all’interno del percorso si rivelano spesso elementi contingenti ma determinanti. Ove non sia presente una “testimonianza”, un desiderio incarnato in una persona, in un progetto di vita liberamente visibile e consultabile, anche il reinserimento scolastico rischia di essere vissuto come imposizione, stimolando ulteriore presa di distanza e condotte oppositive. Viceversa la capacità di provare piacere e di nutrire desiderio di crescere e di evolversi sul piano cognitivo sono centrali per predire cambiamenti. Un’immagine precisa del futuro e della percorribilità di un percorso che unisca il presente attuale al futuro immaginato consente la realizzazione di molti obiettivi sul piano formativo o occupazionale8.

Sulla base di queste osservazioni molto frequentemente nei progetti di messa alla prova vengono introdotti obiettivi di reinserimento scolastico (spesso legati all’obbligo formativo di legge) o di collocamento lavorativo. Ciò appare condivisibile: il bisogno di sentirsi parte di una texture sociale, oltre che di operare con un proprio posto, con una collocazione esistenziale praticabile nel tessuto collettivo, può essere considerato universale e, quando non viene in qualche modo soddisfatto, produce disagio e frequentemente diviene un fattore di rischio di commissione di crimini.

2.2. Attività socialmente utili

La prescrizione con la messa alla prova dello svolgimento volontario di attività considerate utile per la comunità sociale è molto frequente. Le attività socialmente utili vengono a costituire una forma di risarcimento indiretto da parte dell’autore di reato verso la comunità; in tale senso esse possono svolgere, recuperandola dal cestino, una residua funzione retributiva. Poiché tale significato in parte prescinde dalle valutazioni psico-sociali ed è motivato da un’istanza terza (il “giudice”) si ritiene che possa essere massimamente efficace se richiesta dal collegio giudicante in udienza, e poi considerata come una sorta di elemento invariante con cui bisogna fare i conti, un debito dal valore non trattabile che va semplicemente pagato.

Ci possono essere tuttavia eccellenti ragioni per richiedere lo svolgimento di un’attività socialmente utile come esigenza educativa specifica. Poiché una simile occupazione ha il senso di aiutare il minore a realizzare una riparazione simbolica del danno causato attraverso il reato, in due circostanze si rivela massimamente funzionale prescrivere un’attività socialmente utile: quando il danno causato dal reato è poco o per nulla percepibile al minore; e, al contrario, quando la sofferenza causata dalla commissione del reato e dalle sue conseguenze è così pervasiva da rischiare di produrre danni all’autostima o financo condotte autolesive.

Nel primo caso rientrano i minori che non sono in grado di percepire la valenza intrinsecamente conflittuale e distruttiva della propria condotta. Essi, tipicamente autori di reati non gravi, non comprendono il “perché” il sistema si accanisca contro di loro. In queste circostanze la lunghezza dell’attività nel tempo può svolgere un’importante funzione, automatica, di riflessione.

Nel secondo caso, al contrario, in cui il senso di colpa rischia di “schiacciare” l’adolescente – ad esempio nel caso di infanticidi o di alcune forme di aggressioni sessuali – il volontariato rappresenta una riparazione benefica, non solo nei confronti della vittima, ma dell’intera comunità e del sé come portatore di parti “buone” e di valore9.

2.3. Attività socializzanti e sportive

Lo sport genera e aumenta l’autostima e, in ambito preventivo, può diminuire i livelli di aggressività e i comportamenti antisociali. Soddisfazione emotiva, euforia, confronto, superamento della paura, gioia della celebrazione sono alcuni dei ritorni emotivi che, in diverse proporzioni rispetto all’attività scelta, un adolescente può ottenere in un contesto che prima di essere piacevole è anzitutto socialmente accettabile. Si tratta dell’uso positivo del piacere10. Anche in questo caso il piano educativo della prescrizione dello sport nella messa alla prova è il cavallo di Troia necessario per intervenire solo in un secondo momento sull’elaborazione psichica.

Sembra necessario proporsi nella scelta le diverse funzioni che l’attività sportiva può assumere rispetto alla personalità del minore.

Lo sport di squadra è utile in caso in cui si voglia sviluppare la collaborazione; esso comporta capacità di rinuncia e accettazione; capacità decisionale e prontezza; senso critico costruttivo. Va di solito scelto per i minori con un desiderio di conformismo, per un loro inserimento positivo nel tessuto sociale

È raro invece nei giovani l’interesse verso gli sport di resistenza, che richiedono uno sforzo prolungato nel tempo più adatto alla psiche dell’adulto. Ottimo però è per gli adolescenti lo spinning, diffuso dappertutto come attività indoor spesso svolta a ritmo di musica e in un contesto altamente motivante simile a quello della discoteca, al fine di sviluppare e implementare in loro la determinazione e l’autocoscienza.

Tipicamente, il culturismo, il body-building e alcuni sport femminili sono utili quando si riscontri un problema legato all’autostima di genere. Essi richiedono propriamente una struttura metodica, ossessiva, e sono adatti quando sia necessario un rinforzo narcisistico specifico.

Gli sport di combattimento sono utili per sviluppare la disciplina e il controllo dell’aggressività per minori iperattivi e con difficoltà nel controllo degli impulsi.

Qualche considerazione più specifica può essere fatta riguardo agli sport cosiddetti estremi ovvero “quegli sport in cui la possibilità di errore è concessa solo in linea teorica”, che si rivelano di particolare importanza nel trattamento di personalità di tipo narcisistico o in cui comunque il reato abbia una genesi connessa direttamente alla sfida al mondo adulto e al mantenimento del livello di autostima. L’assunzione di rischio è un sottoprodotto dell’interazione tra fattori cognitivi e psicosociali. È stato rilevato in particolare che la sensation seeking è una variabile importante che aumenta la probabilità di agiti antisociali11. In questi casi l’attività sportiva potrebbe essere il centro focale del progetto di messa alla prova, per le particolari caratteristiche di sfida connesse all’attività sportiva e per la donazione di identità che tipicamente contraddistingue i praticanti queste discipline.

3. Le nuove strade della messa alla prova

La messa alla prova si sostanzia dunque in un mutamento delle condizioni che hanno fatto da sfondo alla criminogenesi. Tale modifica di scenario è determinante nel condizionare l’evoluzione della personalità in formazione del minore.

3.1. I nuovi contenuti

A fronte di un grado altissimo di libertà da parte dell’operatore sociale nell’elaborare i progetti della messa alla prova, si rivela spesso funzionale sfruttare l’opportunità di superare la triade consueta di contenuti occupazione-socializzazione-volontariato. Alcune fattispecie di reato richiedono sul piano educativo di agire in direzione diversa, addirittura opposta.

Può accadere che si debba agire non in modo limitante ma per imprimere una forza centrifuga rispetto all’ambiente familiare, incentivando la spinta del minore alla separazione. Ciò, per esempio, per i reati di pedopornografia scaricata da internet, le minacce, le estorsioni e in generale i reati commessi online, o per alcune forme di violenza domestica.

Il dispositivo della messa alla prova permette di sviluppare ipotesi ad hoc e di definire contenuti adatti ai nuovi fenomeni emergenti valutandone la qualità.

3.2. Le forme che coinvolgono la famiglia

In numerosi casi l’operatore in fase di osservazione verifica l’esistenza di risorse nel sistema famiglia ma anche, almeno in alcune aree, di ostacoli all’evoluzione dell’adolescente o di dinamiche e tensioni suscettibili di aumentare i rischi di commissione di reati da parte dei figli12. La natura sistemica di queste situazioni spinge talora gli operatori a presentare progetti in cui, oltre al minore, vengono coinvolti i genitori in un ruolo attivo e partecipante.

Tale loro partecipazione – sovente descritta formalmente come “collaborazione”, ma in sostanza percepita come condizione di fattibilità della messa alla prova e talora come tale esplicitata all’interno dei progetti – può forse sollevare qualche dubbio normativo; sul piano psicologico, tuttavia, il coinvolgimento attivo della famiglia costituisce senza dubbio un valore aggiunto. Il presupposto è quello di individuare le risorse e le impasse evolutive prodotte dalle relazioni interne al sistema famiglia: questo permette di inscrivere il significato reato all’interno di tale contesto, la cui modifica ha un effetto spesso immediatamente risolutivo.

3.3. La mediazione penale

La mediazione è un percorso relazionale tra due o più persone per la risoluzione di conflitti. Sia l’articolo 28 delle disposizioni sul processo penale minorile, sia l’articolo 27 delle disposizioni attuative, prevedono che il giudice possa “impartire delle prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato“.

Il progetto delle misure conciliative vede coinvolti l’autore e la vittima del reato.

Nei casi in cui si preveda l’incontro tra l’autore di reato e la vittima, il primo può essere aiutato a tradurre sul piano di realtà l’alterità della seconda, considerandola come persona reale, e quindi facilitando il processo di elaborazione del danno causato13. La vittima a sua volta viene messa in grado di riconoscersi come tale esprimendo in un contesto protetto il proprio vissuto personale rispetto all’offesa subìta, di uscire da un ruolo passivo dando voce e visibilità alla propria identità14. Molte esperienze italiane (ad esempio di Torino o Milano) segnalano che “la riparazione simbolica rappresenta un indicatore imprescindibile per la formulazione di un esito positivo della mediazione, in quanto sancisce formalmente l’avvenuto riconoscimento fra autore e vittima del reato”15.

3.4. La responsabilizzazione come punto di arrivo

In tutti i casi la giustizia della messa alla prova, se ha poco a che fare, in ultima analisi, con l’ottenere l’eguaglianza nella sofferenza, è invece funzionale nel rendere l’autore di reato consapevole della valenza delle proprie azioni e nell’ammissione di una presenza nel luogo simbolico in cui si verifica un reato. Il che definisce con chiarezza quello della responsabilizzazione, piena e profonda, come un punto di arrivo imprescindibile di un processo educativo avanzato innescato dai percorsi della messa alla prova, e specificamente quelli in ambito di giustizia riparativa o mediazione16.

Mauro Grimoldi e Roberta Cacioppo

1 E. Cauffman, L. Steinberg “(Im)maturity of judgment in adolescence: Why adolescents may be less culpable than adults”, in Behavioral Science & Law, 2000, 18, pp. 1-21.

2 A. Maggiolini, G. Pietropolli Charmet, Manuale di psicologia dell’adolescenza: compiti e conflitti, FrancoAngeli, Milano 2004.

3 Il progetto educativo è uno strumento di lavoro che, partendo dall’individuazione di bisogni impliciti ed espliciti, delinei un percorso atto a realizzare degli obiettivi specifici. R. Titone, E. Gandini Gamaleri, Guida alla formazione didattica degli insegnanti, Armando, Roma 1990.

4 G. Bazemore, T.W. Clinton, “Developing Delinquent Youths: A Reintegrative Model for Rehabilitation and a New Role for the Juvenile Justice System”, in Child Welfare, 1997, v. 76, n. 5, pp. 665-716.

5 S. Santoni, L’esperienza della sospensione del processo e della messa alla prova nell’ambito del Tribunale per i minorenni di Firenze, www.altrodiritto.unifi.it

6 G. Melnick, G. De Leon, G. Thomas, D. Kressel, H.K. Wexler, “Treatment process in prison therapeutic communities: motivation, participation and outcome”, in The American Journal of Drug and Alcohol Abuse, 2001, v. 27, n. 4, pp. 633-50.

7 M. Nosvelli, “Abbandono scolastico e inserimento lavorativo degli adolescenti: le determinanti familiari e gli strumenti di policy”, Atti del convegno Giovani e Società in Europa e attorno al Mediterraneo, Forlì 26-28 maggio 2009, in http://www.giovaniesocieta.unibo.it/paper/4d/nosvelli.pdf

8 G. Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina, Milano 2000.

9 S. Santoni, op. cit.

10 T. Crabbe, “A Sporting Chance?: using sport to tackle drug use and crime”, in Drugs: Education, Prevention and Policy, 2000, v. 7, n. 4, pp. 381-391.

11 E. Cauffman, L. Steinberg, op. cit.

12 C.R. Partridge, S.M. Gavazzi, E. Rhine, “Working with the families of serious juvenile offenders: the growing up fast parole program”, in Contemporary Family Therapy: An International Journal, 2001, v. 23, n. 4, p. 403.

13 S. Santoni, op. cit.

14 M. Gollwitzer, M. Meder, M. Schmitt, “What gives victims satisfaction when they seek revenge?”, in European Journal of Social Psychology, 2011, 41, pp. 364–374.

15 F. Di Ciò, “Giustizia riparativa e mediazione penale minorile in Italia”, in Rivista di Mediazione familiare sistemica, 2003, http://mfs3.blogspot.it/2007/02/giustizia-riparativa-e-mediazione.html

16 M. Gollwitzer, M. Meder, M. Schmitt, op. cit.

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