Il Dalai Lama assolve Milano

Il sindaco Pisapia non gli ha concesso la cittadinanza cedendo al ricatto cinese. Ma il leader spirituale dei buddisti sorvola e chiama tutti «fratelli e sorelle».

«Sorelle e fratelli». Così il Dalai Lama si ri­volge ai consiglieri, assessori e al sindaco di Milano riuniti a Palazzo Marino per rendergli omaggio. Un omaggio imbaraz­zato, dopo la decisione del sindaco dì non concedere la cittadinanza onoraria al Dalai Lama in seguito all’opposizione del governo cinese. Cit­tadinanza già concessa, tra l’altro, da Venezia, To­rino e perfino dall’«alemanniana» Roma.

Pìsapia racconta della visita di Sua Santità che vorrebbe rabberciasse lo strappo istituzionale co­me di un dono fatto senza chiedere nulla in cambio (e quando mai si fa diversamente?). E continua parlando di Milano, città generosa, aperta. Pìsapia ci gira intorno senza mai parlarne direttamente ma la questione è lì, chiara nella mente di tutti. Non cita l’ipotesi dì cittadinanza onoraria, l’inter­vento del console cinese, il problema dei soldi e del­l’Expo, e la decisione finale, certo sofferta, di cede­re alle logiche della minaccia e del denaro, esatta­mente come aveva a suo tempo fatto Letizia Moratti. Eppure è successo. Nella Milano di oggi.

Nel Tibet da cui è fuggito il Dalaì Lama non si sa quante persone sono state uccise dal 1950, anno della conquista cinese, quanti templi distrutti. Og­gi si vive con il fuso orario di Pechino. Ma lui, Ten­zing Gyatso, il XIV Dalai Lama in esilio, nel 1998 Premio Nobel per la Pace, assolve tutti, come ci si aspetta da un leader spirituale. Volando alto sopra le questioni dei dolori dimenticati dì un Paese lon­tano e delle piccole vicende di localissimi Expo e di nostrani riconoscimenti: «Abbiamo tutti dei nomi, chi sindaco, chi consigliere. lo preferisco chiamare tutti sorelle e fratelli. I ruoli cambiano, oggi io sono questo, domani quello. Le persone, no. Tu oggi sei mio fratello» dice, e guarda il Sindaco seduto; lo sguardo basso, «e così continuerà ad essere».

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Mauro Grimoldi