di Roberta Cacioppo
Ad un certo punto del mio impegno all’interno della politica professionale, ormai più di un anno fa, ho lasciato il gruppo politico di cui facevo parte per associarmi ad AltraPsicologia: scelta importante, che ha pesato per diversi mesi su di me e sui rapporti con alcuni colleghi che non l’hanno presa tanto bene. Comprensibile. Ma per me inevitabile.
Oggi mi ritrovo seduta in Consiglio seduta di fronte ad alcuni dei miei ex compagni di avventura e ai colleghi nuovi da loro coinvolti. Fa uno strano effetto. Alcune cose me le aspetto, perché con qualcuno di loro ho lavorato per diversi anni; altre fanno invece parte di una nuova alchimia di gruppo che non posso che osservare con curiosità.
La lezione che mi sto portando a casa riguarda il non fidarsi troppo di un gruppo poco coeso, i cui membri non hanno valori di fondo condivisi (nonostante le singole qualità individuali), e che alle spalle ha qualche debito di troppo nei confronti di altre persone esterne.
Riporto di seguito qualche stralcio estrapolato dalle comunicazioni che ho condiviso con diversi soggetti che in questi anni sono stati, in vario modo, compagni di viaggio.
Decisione tanto sofferta quanto meditata, la mia, progressivamente maturata negli ultimi tempi e sollecitata da qualcuno che, nel gruppo, aveva notato il mio crescente disagio.
Nelle scorse settimane ho cominciato a pensare seriamente di non sentirmi più parte del gruppo: non ho mai nascosto a nessuno di voi le mie difficoltà in quest’ultimo periodo. Sapete quanto ho patito i continui cambi di rotta, le comunicazioni a volte impraticabili, la mancanza di un’identità condivisa, l’assenza di condivisione di opinioni su temi primari che riguardano la professione.
Il buono che c’era, e forse c’è ancora, non riesco più a vederlo, essendo ultimamente forse rimasto in secondo piano rispetto alla fatica di stare dietro a tutti questi aspetti, alle nostre stesse differenze individuali, cosa che ha assorbito una quantità di energie a mio sentire eccessiva, e che ci ha spinti ad azioni e reazioni che mi sono persino sembrate qualche volta decisamente caotiche.
Non mi aspetto certamente che all’interno di un gruppo non ci siano divergenze, ma ad un certo punto le nostre le ho sentite meno feconde, focalizzate com’erano troppo spesso su dinamiche relazionali o metodologiche, formali, centrate sempre e solo sull’altro, con confronti a volte difficili, sbilanciati.
Da molto mi manca la sensazione di far parte di un contenitore affidabile e da molto mi trovo a domandarmi se io in prima persona possa essere ancora considerata affidabile, ancora parte di questo gruppo dall’identità così difficile da cogliere, cosa sia necessario, cosa superfluo, cosa si debba evitare per essere considerati “fedeli”. Non so più cosa ci si aspetti da me e come evitare di commettere degli errori che ultimamente in diverse occasioni mi sono stati imputati.
A questo si sono aggiunti i gravi problemi con l’associazione, nostra “madre” culturale: il confronto di questi giorni con i “miei amici della politica professionale” non ha lasciato presagire la possibilità di aprire margini per ritrovare neppure una linea di indirizzo chiara e condivisa tra noi. Non è solo una questione di tempi, poiché il tempo è sufficiente anche rispetto alle elezioni, e nemmeno di mancanza di volontà… ma di intenti evidentemente diversi, di idee e posizioni che sento non conciliabili, di fisiologiche derive per cui siamo maturati in direzioni a tratti distanti in questi anni.
Non credo sia qui il caso di dilungarmi ulteriormente sui motivi che mi hanno portata a questo punto, oggi, perché so di essermi già espressa in diverse sedi e modi: il momento è arrivato, dopo una lunga incubazione, e non senza esplicite avvisaglie.
Quello che penso oggi è il frutto di una continua rielaborazione maturata in questi anni, il che non esclude una grande riconoscenza per quanto siamo riusciti a fare insieme. Ma io credo di dover essere leale innanzitutto con me stessa: non posso andare contro la mia natura. So che questo potrà essere vissuto come un tradimento, ma chi di voi mi conosce sa bene che di questo non si tratta. L’opinione di chi in questi giorni ha voluto sollecitarmi anche dal punto di vista più strettamente personale mi porta volentieri a condividere il fatto che si tratti di temi affrontati persino nella stanza d’analisi che negli ultimi mesi ho ricominciato a frequentare.
Vale la pena faticare per rimanere in un luogo insieme a delle persone se esiste un obiettivo comune in cui credere: usando la metafora della corsa e della montagna, che tanto mi appassionano, lì sono in grado di stringere i denti, soffrire e proseguire per portare a termine ad esempio i 42 km di una maratona, o una vetta. Idem mi succede nella vita, personale e lavorativa. Ma devo crederci profondamente. Mi addolora constatare che da qualche tempo qui per me non è più così: non ci credo più, né mi è più chiaro quali siano le posizioni condivise. E’ stato molto difficile da vivere, quanto è oggi difficile da dire, con tutta la buona volontà del mondo. Trovo però più onesto per tutti allontanarmi ora, in un tempo ancora sufficientemente lontano dalle elezioni, piuttosto che rischiare che questo succeda in seguito.
Non ho mai messo nessuno di fronte a un aut-aut, ma perché nemmeno io ci pensavo. Ogni tanto affioravano fantasie di non candidarmi. E poi tante, tante lamentele con qualcuno di voi. Stamattina ho anche pensato che forse il mio ruolo di “spaccaballe” fosse persino funzionale alla dinamica del gruppo, perché catalizzavo molta dell’aggressività circolante.
Insomma: negli ultimi tempi non sono più riuscita a trovare nulla di buono in questo contenitore, tanto che io stessa ho in alcuni momenti dato segnali interpretabili come disorientati: mi sono sentita sempre più un individuo, non facente parte più di tanto del gruppo.
Qui sto certamente dando più spazio alle cose negative, ma, d’altra parte, il positivo che nel gruppo c’era io non riuscivo più a vederlo, e ho sentito di spendere troppe energie a comporre differenze, piuttosto che a parlare di temi seri.
Sento il bisogno di un contenitore, e in questo momento purtroppo non sono riuscita a trovarlo: settimane di palate di cacca addosso, la percezione dell’assenza di un direttivo saldo, forte e solido, il dover stare sulla difensiva chiedendomi se si trattasse di una paradossale e perversa strategia di qualcuno… Questa non è l’associazione che con alcuni di voi ho fondato. Però adesso sembra ci sia la possibilità di tirare un po’ i remi in barca e recuperare, e questo mi fa ben sperare.
La mia difficoltà più grande in questo momento è legata al dolore che questa scelta sta già portando innanzitutto dal punto di vista umano.
Dal punto di vista lavorativo non ho invece dubbi. Non sarà facile “cambiare identità”, perché questa associazione è una mia famiglia simbolica, ma ho fiducia che per affrontare questo tema si troveranno tempi e modi, magari anche creativi e adesso non ancora immaginabili.
In questi mesi ho esternato tutti i miei dubbi e le mie incazzature, e d’altra parte nessun altro ha mai fatto un vero movimento per rendersi indipendenti da questa situazione: questo per me significa che per gli altri politici il rapporto costi-benefici è meno doloroso che per me.
Nel concreto, la scorsa settimana ho cercato un confronto con AltraPsicologia, che mi ha restituito la stessa apertura che in questi anni ha già mostrato in diverse occasioni al nostro gruppo: a questo punto le similitudini tra noi per me hanno un significato più rilevante rispetto al passato. Mi sto prendendo del tempo per pensare: è una scelta dolorosa, e le molteplici implicazioni che potrebbe portare stanno occupando pensieri e discorsi nelle mie giornate.
In sintesi le tensioni e le distanze di questi mesi e di questi giorni mi hanno messa brutalmente di fronte al fatto che molti dei nostri presupposti siano diversi, che gli obiettivi comuni non sono più chiari e condivisi come all’inizio. Succede. Di andare in direzioni diverse.
Forse per molto, troppo tempo abbiamo fatto l’errore di farcela andare bene, dimenticando di domandarci quanto vicine o quanto lontane fossero le nostre posizioni e di comunicarlo ai colleghi. Fino al punto di non sapere rispondere neppure noi, e, di fronte all’esigenza di scoprire come la si pensi di fronte, ad esempio al recente referendum, scoprire di avere diverse risposte, molto diverse tra noi.
Sono riuscita a fermare in questa mail solo una parte di tutti i pensieri che mi attraversano in questi giorni, ma spero di essere riuscita almeno un po’ a raccontarmi.
La mia rimane in questo momento una posizione di ascolto: tanto delle mie istanze, quanto delle vostre considerazioni.
***
Concludo segnalandovi un articolo in cui esplicito che cosa significhi per me occuparmi di politica professionale. Potete leggerlo qui, sul sito di AltraPsicologia.