di Roberta Cacioppo [documento redatto su richiesta del progetto Italia Unita per la Scienza]
Contesto.
Prendo spunto da un convegno organizzato da Regione Lombardia con tanto di logo Expo, il cui titolo è “Difendere la famiglia per difendere la comunità“, che si è tenuto a Milano sabato 17 gennaio. Altri organizzatori sono Alleanza cattolica, Fondazione Tempi, Obiettivo Chaire e Nonni 2.0. Ospiti, i soliti che intervengono sul tema: Massimo Introvigne (Presidente Comitato “Sì alla Famiglia”), Costanza Miriano (giornalista), Mario Adinolfi (Direttore del quotidiano “La Croce” ed esponente di “Voglio la mamma, Maurizio Botta (sacerdote), Marco Scicchitano (psicologo).
Curioso che l’appuntamento sia allestito in una sede così blindata: per entrare nel palazzo della Regione, infatti, è necessario registrarsi con documento di identità, passare un metal detector e magari farsi anche guardare dentro la borsa. Eppure a Milano le sedi congressuali non mancano certamente!
Ma siamo qui per parlare di scienza e lasciamo la polemica politica per altre sedi.
La questione.
Googlando il termine “omosessualità” si trovano pagine di ogni tipo: chi si chiede se sia qualcosa di congenito, o che dipenda da aspetti psicoeducativi legati all’ambiente, e ancora può capitare di incappare in siti che promuovono “cure” e “terapie” per le persone omosessuali con specifici riferimenti a teorie e terapie psicologiche. E’ il variegato mondo delle cosiddette “terapie riparative dell’omosessualità”. C’è persino chi è arrivato secondo al Festival di Sanremo cantando una canzone zeppa di luoghi comuni obsoleti e scientificamente contestabili sulla storia di un presunto ex-gay.
Ma soprattutto: esistono psicologi (ma non solo!) che offrono questo tipo di trattamento, impegnandosi per aiutare chi a loro si rivolge per cambiare il proprio orientamento sessuale.
Sembra, quindi, che alcuni professionisti sanitari
- ignorino o neghino la posizione della comunità scientifica internazionale,
- violino espressamente normative internazionali a riguardo e
- sviliscano il proprio codice deontologico promuovendo terapie inammissibili e pericolose.
Facciamo chiarezza: la posizione della scienza.
- L’omosessualità è stata derubricata dall’elenco delle malattie mentali del DSM nel 1973.
- L’APA American Psychiatric Association nel 1973 si è così espressa: “Considerato che l’omosessualità di per sé non implica alcuna compromissione nella capacità di giudizio, nella stabilità, nell’affidabilità e nelle comuni competenze sociali o professionali […]”
- L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita nel 1990 una “variante naturale del comportamento umano”.
- L’ICD-10 (International Classification of Diseases, 10th Revision) specifica che l’orientamento sessuale di per sé non costituisce una condizione che richiede un’attenzione di tipo terapeutico.
- 1998: Convenzione Americana sui Diritti Umani e Protocollo supplementare (Protocollo di San Salvador). All’interno viene sostenuto che “l’omosessualità è una variante naturale e non patologica” e viene affermata la “inefficacia e pericolosità delle <<terapie di conversione>>”.
- La Carta di Nizza (2000 e 2007) riconosce in un unico documento una serie di diritti personali, civili, politici, economici e sociali; essa viene ripresa dal trattato di Lisbona del 2009, in cui viene espresso esplicito divieto di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale.
- Nel 2009, di nuovo si esprime l’APA: “Sia deliberato che l’APA afferma che l’attrazione, i sentimenti e i comportamenti sessuali e romantici verso persone dello stesso sesso sono normali e positive varianti della sessualità umana indipendentemente dall’identità di orientamento sessuale” (Report of the Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation dell’ American Psychological Association, Washington, D.C.)
- 14/5/2010: l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha ribadito attraverso apposita delibera (123/2010) che: “qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale ed al rispetto dei diritti dei propri pazienti” e che “le cosiddette <<terapie riparative>>, rivolte a clienti aventi un orientamento omosessuale, rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzare i propri pazienti nella direzione di ‘cambiare’ o reprimere il proprio orientamento sessuale, invece di analizzare la complessità di fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi”.
- Riferimenti evidenti sono contenuti all’interno del Codice Deontologico degli Psicologi, in particolari agli articoli:
- N°3: “Lo psicologo considera suodovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” […].
- N°4: “Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi”.
- N°5: “Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, con particolare riguardo ai settori nei quali opera.” […] “Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.”
Altro non aggiungerei: mi sembra che il quadro possa essere già sufficientemente chiaro.
Chiudo consigliando a qualsiasi professionista e libero cittadino di consultare il testo di Lingiardi e Nardelli (2014) “Linee guida per la consulenza psicologica con persone lesbiche, gay, bisessuali”: interessantissime anche per non psicologi psicoterapeuti, perché offrono strumenti culturali di base trasversali e fondamentali per affrontare il tema dell’omosessualità. Sono presenti valutazioni su “etica, competenza e buone prassi”, la proposta di un glossario molto interessante ed esaustivo, e una ricca bibliografia di riferimento.