di Roberta Cacioppo, Enrico Ragaglia, Elisa Senna
Intervento presentato al Congresso della European Federation of Sexology a Dubrovnik – maggio 2016 -.
Abstract
Intenzione del presente lavoro è di proporre una riflessione sull’educazione sessuale nelle scuole di diversi ordini e grado in Italia, con specifica attenzione ai processi e le prassi inclusive in tema di sessualità. In particolare si vogliono esaminare case histories (ricerca qualitativa) di popolazioni scolastiche che affrontano il tema dell’inserimento di eventuali soggetti o gruppi minoritari (ad es. persone LGBTI, persone con disabilità). Inoltre si cercherà di riflettere sugli atteggiamenti e le criticità della comunità professionale degli psicologi sui temi in oggetto, a partire dai bisogni formativi specifici e dalle cornici culturali di riferimento.
Un’analisi della situazione Italiana circa l’educazione sessuale per le fasce giovanili permette di rilevare come da tempo questo argomento sia al centro di un acceso confronto tra posizioni laiche e assunti religiosi e morali con forte connotazione politico-culturale in tema di ruoli e aspettative legate al genere e all’orientamento sessuale. Su mandato europeo, anche l’Italia, almeno formalmente, ha assunto l’impegno verso politiche educative inclusive. Tuttavia negli ultimi anni le proposte istituzionali volte alla decostruzione degli stereotipi di genere, all’integrazione delle minoranze sessuali, al contrasto al bullismo omofobico e alla violenza di genere sono state ostacolate.
Il caso italiano propone una situazione complessa, in cui libera e fluida espressione di sé negli studenti in un contesto rispettoso e non discriminante come fattore preventivo dei processi di bullismo omotransfobico e di violenza di genere è ancora un obiettivo da raggiungere.
Intervento
La complessità e l’interdisciplinarietà della tematica sessuale e le implicazioni di ordine valoriale legate al contesto culturale ne rendono difficoltosa la gestione in ambito scolastico. In Italia la forte contrapposizione tra cattolici e laici ha segnato per lungo tempo il dibattito su questo tema, tanto che ancora oggi non si è raggiunto un accordo tale da portare ad una legge nazionale sull’educazione sessuale nelle scuole. A partire dall’inizio del secolo scorso, sono state portate in Parlamento decine e decine di proposte, con la speranza di istituire l’educazione sessuale nella scuola per mezzo di una legge, proposte anche molto diversificate per forma e contenuti: corsi di igiene sessuale ed educazione sanitaria (1902, 1911, 1964) , introduzione di un’equipe multidisciplinare per formare gli insegnanti (1974), l’insegnamento facoltativo dell’educazione sessuale all’interno dei programmi ministeriali di biologia, corsi di educazione sentimentale svolti da esperti esterni (1995-2013).
In mancanza di una strategia nazionale, l’iniziativa è stata spesso lasciata in mano gli enti locali o ai singoli insegnanti, con esiti spesso fallimentari. Infatti, a partire dagli anni ’60 e ’70, sino ad oggi, sono innumerevoli le iniziative di promozione dell’educazione sessuale che sono state letteralmente censurate.
In tempi più recenti, nel 2013, sotto il Governo Monti è stata elaborata la “Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, predisposta e coordinata dall’UNAR, in collaborazione con le diverse realtà istituzionali, le associazioni LGBT e le parti sociali. La strategia nazionale era finalizzata alla realizzazione di un piano triennale di azioni pilota (2013-2015), integrate e multidisciplinari, volte alla prevenzione e al contrasto delle discriminazioni in tale ambito. Dopo che, in seguito alle proteste di associazioni di genitori e parlamentari cattolici, le varie azioni singole previste vengono bloccate, nel 2015 la strategia viene definitivamente abbandonata dal MIUR.
Dal 2013 al 2015 sono state presentate ben 5 diverse proposte di legge da parte di differenti schieramenti politici sul tema dell’introduzione nel sistema formativo italiano l’educazione all’affettività puntando al rispetto delle differenze e finalizzando l’attività formativa a scardinare stereotipi e pregiudizi riguardanti in particolare la violenza di genere e la violenza omofobica. Ad oggi, nessuna delle proposte, indipendentemente dai contenuti, è arrivata alla discussione parlamentare.
In merito al tema dell’educazione sessuale nelle scuole e in altre agenzie di formazione, sembra si possano definire due visioni nel panorama politico e culturale italiano: una, religiosa, si identifica nella dottrina cattolica ufficiale e in un pensiero neo-fondamentalista. La seconda, laica, cerca di svincolarsi dalle rigide posizioni dottrinali e di configurarsi come un sistema inter e multi-disciplinare, in accordo con ciò che la scienza afferma in merito ai temi delle identità sessuali e della salute individuale e collettiva. Stiamo vivendo uno scontro tra paradigmi, che si gioca sul ring dei concetti di “natura”, “genere”, “famiglia” e del complesso dibattito tra nature e nurture. Però questo curioso “binarismo” – visione “cattolica” vs visione “laica” – è a suo modo limitato, poiché impedisce di vedere le sfumature già presenti, ad esempio all’interno delle formulazioni teologiche o nell’esistenza di gruppi religiosi LGBT, che, almeno nel nostro paese, non riescono ad essere diffuse, nei termini di una consapevolezza collettiva. La Storia già ci ha insegnato che sia il rigido assunto religioso, sia il mantenimento a-critico di modelli scientifici di descrizione e comprensione del mondo covano nel loro nucleo più intimo una più o meno consapevole dinamica di oppressione e violenza. Forse, oggi, più che riaffermare uno scontro identitario tra religioni e scienza, si avrebbe bisogno di riflettere sugli assunti del pensiero fondamentalista e del pensiero dogmatico. Il pensiero dogmatico è un pensiero che non può allontanarsi dai propri schemi e i cui enunciati hanno carattere di verità assoluta che si auto-conferma. Gli aspetti emotivi devono essere occultati e proiettati al di fuori di sé. Il fondamentalismo è un pensiero dogmatico, poiché è una concezione del mondo che mescola il piano della scienza e quello della fede e della morale religiosa, per ottenere una rappresentazione semplificata e rassicurante dell’unica e assoluta realtà. Si basa sull’idea che esistano differenze naturali, sacre, eterne e definitive tra donne e uomini, fondate sulla biologia del corpo e che definiscono la “natura“ dei rapporti – anche sessuali – secondo un criterio di dominanza inter e intra-generi. Forse, oggi, occorrerebbe puntare sul pensiero aperto, esplicito e provvisorio, che parte dalla coscienza dell’Altro come variabile da Sé e che è capace di identificare il bisogno altrui, senza negarlo. Forse oggi, tra la tentazione di essere molto “solidi” e quella della totale “liquidità”, potrebbe essere più interessante stare nel cambiamento e vivere le trasformazioni con curiosità.
In questo contesto di tensione forte e costante, la comunità degli psicologi in Italia mostra, purtroppo, ad oggi opinioni piuttosto divergenti sul tema in oggetto. Molte sono ancora le segnalazioni di testi o video divulgati online in cui colleghi sostengono posizioni quantomeno ambigue rispetto ai temi LGBT, mostrando innanzitutto di avere una preparazione tecnico professionale inadeguata.
Da una ricerca del 2010 a cura di Vittorio Lingiardi, Nicola Nardelli, “Sapienza” Università di Roma* con la collaborazione dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, emergono alcuni dati interessanti. Di seguito riportiamo un paio di tabelle che ci sono sembrate particolarmente significative.
[Primo grafico]: troppo alta la percentuale di colleghi (57%) che risponde affermativamente alla possibilità che, se una persona lo chiedesse, sarebbe opportuno svolgere un intervento psicologico rivolto alla modificazione dell’orientamento sessuale. Non è, infatti, sufficiente, la domanda esplicita della persona: uno psicologo deve muoversi nella direzione di una corretta e approfondita analisi della domanda.
[Secondo grafico]: l’82% dei colleghi non si sente sufficientemente preparato sui temi teorici e clinici riguardanti l’omosessualità. Il dato risulta piuttosto allarmante, soprattutto se messo in relazione al fatto che solo il 10% dei colleghi del Lazio ha risposto all’intervista, quindi un campione già di per sé selezionato, di persone motivate riguardo al tema in oggetto. Dalla stessa ricerca emerge, da parte della popolazione di colleghi, la richiesta esplicita di una formazione specifica, che in Italia manca già a partire dall’università, e che difficilmente viene colmata anche da chi frequenti scuole di specializzazione in psicoterapia.
La notevole disomogeneità nelle risposte sembra suggerire che per gli psicologi – che siano più o meno esperti, oppure abilitati o non abilitati all’esercizio della psicoterapia – sarebbe utile promuovere e disporre di più spazi di confronto su questi temi.
Vi rimandiamo alla ricerca completa per maggiori dettagli, ma crediamo che quanto brevemente espresso qui sia già di per sé piuttosto allarmante.
La questione si pone pesantemente anche sul piano etico-deontologico: mentre in ambito internazionale la maggior parte delle associazioni di categoria ha già adottato linee guida riguardanti l’assunzione di approcci idonei su questa materia, la comunità professionale italiana è ancora piuttosto arretrata in questo senso. Esiste un documento prodotto nel 2011 e recepito nel 2013 dall’Ordine del Lazio, ma si tratta di un’iniziativa isolata.
Così rimane un episodio isolato la delibera contro le terapie riparative dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia #123 del 2010 approvata con 11 voti favorevoli su 14 presenze (e 3 astensioni), che ha ripreso gli artt. 3, 4 e 5 del nostro Codice Deontologico, dichiarandosi sostanzialmente contro qualsiasi eventuale condizionamento dell’orientamento sessuale dei propri clienti.
Questa estrema complessità di traduce in una straordinaria autonomia delle scuole, dove le iniziative sono lasciate in mano ai singoli dirigenti o insegnanti, che devono in prima persona sapersi giostrare tra quanto richiesto dall’Unione Europea – fortunatamente in molti casi già condiviso sul piano valoriale – e la posizione di scacco in cui molti genitori pongono la scuola, di fatto ritirando la propria delega sul tema dell’educazione sessuale, ma senza strumenti educativi e affettivi adeguati per farvi fronte in prima persona.