Il suicidio della psicologia

Alla fine ha reagito, durante la tavola rotonda. Il fatto è che tutti avevano capito che Fulvio Giardina, presidente CNOP si fosse presentato davanti a una platea di 1.500 counselor per sostenere che era proprio ora di farla finita. Con sta storia delle professioni riconosciute, gli Ordini e compagnia bella. Ciofi l’ha detto così: “ringrazio il presidente Giardina perché in attesa che l’Ordine si sciolga ha inaugurato una stagione di dialogo”. L’Ordine contro l’Ordine, Giardina contro Giardina? Tra ordalia e paradosso, il 7° Convegno Nazionale Assocounseling ha di certo trovato il suo protagonista.

Il problema è che la sua presenza è stata due volte ambigua. Anzitutto come amministratore pubblico, specie oggi che c’è un contenzioso aperto tra CNOP e Assocounseling e una comunità professionale apertamente orientata verso una richiesta di tutela. C’è un “valore simbolico” in una simile presenza, dietro la retorica del dialogo si cela un’evidente istanza di riconoscimento del counseling.

Perché quindi esserci, ora che dopo 25 anni di storia della psicologia in Italia questa comincia ad essere riconosciuta anche a livello giurisprudenziale, tanto che sentenze come la Conversano, la Zerbetto e la recente TAR Lazio danno ragione a chi sostiene vi sia un problema di sovrapposizione con una professione ordinata?

giardina2-768x576Seconda ambiguità. L’ermeneutica ci insegna a leggere un discorso sulla base dei suoi effetti, e gli effetti li abbiamo visti ma di fatto cosa ha detto Giardina il 18 Marzo di fronte a 1.500 counselor?

Nel suo discorso si possono rintracciare alcuni elementi sciolti l’uno dall’altro, che però insieme offrono effettivamente il quadro di uno svuotamento di valore delle istituzioni della psicologia, delle leggi e delle norme, vissute come “muri” resi inutili da Internet e dal progresso.

Ecco i cardini del discorso del Presidente.

Le professioni regolamentate sono pessime. Questa la conclusione di una serie di dati forniti da Giardina. Vediamoli in sequenza:

  • le professioni regolamentate movimentano solo il 3% del PIL
  • siamo gli unici al mondo: in nessun paese c’è un sistema come quello italiano
  • il sistema è un retaggio “dell’800”, o “degli anni 20”, ha solo un valore storico da cui partire per capire “come muoversi”, già ma.. per andare dove?

La modernità secondo Giardina. Ci arriva grazie a un’altra similitudine, quella del chirurgo. Oggi per sapere se è il caso di fidarsi c’è Internet, la modernità elimina le barriere, tutti sanno tutto di tutti. Quindi la laurea con il suo valore legale, la formazione garantita dallo Stato non sembra avere più il senso che aveva venti anni fa: basta che il “consumatore” (non più paziente, utente, cliente?) si informi e saprà se il tizio da cui va a curarsi è bravo. Sarà ma io vorrei che il mio chirurgo fosse anzitutto laureato in medicina e iscritto all’albo, e che il mio psicologo pure. Poi ci guardo, su Internet, ma magari dopo. Sarò ottocentesco pure io.

Una certa idea di professione. L’idea che una professione nasce quando “viene codificata” è una visione corretta ma estremamente povera, che esclude anzitutto la sua funzione sociale e anche la sua origine epistemologica. Importanti studiosi delle professioni come Antonio Da Re o Sarfatti Larson sostengono che una professione moderna viene riconosciuta quando tutela un diritto, un bene pubblico. Nel caso degli psicologi si tratta di un diritto costituzionale tra i più importanti, quello alla salute. Ovvio che se si tratta solo di “codificare le procedure” tutto si riduce a un tecnicismo da normative UNI, non c’è nemmeno da dimostrare che un’eventuale nuova professione è diversa da una già esistente, e allora benvenuti abusivi…

Il “vizio clinico” della psicoterapia. La psicologia nascerebbe “viziata” –dice così Giardina- dalla “psicoterapia”, dalla sua “atmosfera clinica”. Eppure nella nostra legge istitutiva viene citato anche il sostegno, l’abilitazione-riabilitazione, la diagnosi e la formazione. Che non sono da meno.

La tutela solo per i dipendenti pubblici. Quando i professionisti sono coinvolti in strutture pubbliche, dice Giardina, “ci deve essere una garanzia maggiore”. Così fa la “regina” nella perfida Albione. In quest’ottica sembrerebbe che gli psicoterapeuti che operano nel pubblico meritino maggiori riserve e tutele dei colleghi che lavorano nel privato.

La legge, le norme non tengono. E’ la chiave di volta di tutto il discorso, la potente similitudine delle mura di Siracusa, che rappresentano, dice Giardina le norme, le regole, le leggi, che basta una guardia ubriaca per aggirare…

Una sintesi potente. Una visione senza speranza, una città assediata da un nemico potente (?), priva di visione del futuro (va bene il soldato ubriaco, ma dentro la città chi c’è?), in preda a personaggi-chiave idioti (il soldato ubriaco). Giardina lascia la sensazione -pur non dicendolo- di non sapere immaginare un buon modo di usare la regolamentazione delle professioni e gli Ordini.

Giardina non dice dove andiamo ma ci invita a profetizzare cosa sarà delle professioni tra 10, 20 anni, e per intanto apostrofa i counselor con un “cari colleghi”.

Quasi dà l’impressione di scusarsi per la sentenza del TAR Lazio, in cui il Giudice sostiene ciò che è lapalissiano, un tema che qui viene evitato come la peste, ovvero la sovrapposizione tra psicologia e counseling. Ma non importa, perché i contenziosi in corso non vogliono essere “di carattere generale”.

In conclusione Giardina ha descritto una realtà depressa per le professioni regolamentate – compresa quella che lui rappresenta con carica di natura pubblica. Non solo però questa visione non è reale – da tempo le professioni e gli ordini hanno imboccato la via del cambiamento attraverso la deregulation degli accessi e l’abolizione delle protezioni al mercato come tariffari e pubblicità – ma è anche mancante di vision su come usare bene quel che abbiamo: Ordini e leggi.

La domanda si pone con chiarezza, ma se proprio sente questa cupio dissolvi, questo desiderio di annullare la professione perché non procedere con salubri dimissioni da un ruolo istituzionale percepito come tanto inutile?

Mauro Grimoldi