Lettera confessione: tra i morosi c’ero anch’io (e ho qualcosa da dire).

Cari amici, anzitutto mi tolgo un peso. Desidero che tutti voi sappiate che sono stato nell’elenco dei morosi che hanno avuto un debito con l’ENPAP. Un debito che in un certo momento è stato significativo.

Il fatto è che mi sono trovato negli scorsi anni in una situazione di grave crisi, ora risolta, il che mi ha messo tra coloro che hanno prodotto un debito verso l’ente, hanno constatato cosa succede, hanno poi sanato con una dilazione la propria posizione. Conosco, sulla mia pelle tutto l’iter. Per questo e su questo ho cose da dire e proposte da fare.

La mia storia è semplice. Negli anni tra il 2011 e il 2014 ho dovuto effettuare versamenti ingenti – circa 50.000 euro – per salvare dal fallimento l’asilo nido che avevo aperto insieme a mia sorella (puericultrice) alcuni anni or sono. Oggi l’azienda che avevamo fondato ha recuperato grazie alle qualità che ero certo possedesse, ma ha vissuto un momento di crisi gravissima – per alcuni mesi non abbiamo neppure potuto pagare l’affitto arrivando a un passo dallo sfratto. Il problema più ancora della crisi economica si doveva al comportamento di due dipendenti infedeli e al costo delle vicissitudini legali che sono seguite ai loro doverosi licenziamenti. Cose che capitano. Oggi tutto questo è un ricordo e l’asilo funziona a pieno regime, restituendo anche i debiti a suo tempo contratti.

Questo è il mio punto di osservazione, di chi la crisi l’ha toccata con mano, ma anche da chi oggi sa di poter condividere alcune considerazioni.


Il problema dei debiti verso Enpap

Un primo fatto. Molti colleghi non conoscono il concetto di interessi di mora e non li distinguono dagli interessi attivi che maturano sui propri risparmi. Non è così. Gli interessi di mora arrivano a superare il 50% del debito in circa 5 anni. Chi ha “lasciato” dietro di sé un debito di 5.000 euro nel 2012 oggi ne deve più di 7.000. “Dimenticarsi” di pagare ENPAP per due o tre anni consecutivi può così implicare un’impasse di difficile soluzione. Per sé ma anche per l’Ente, che faticherà a recuperare quel credito.

Un secondo fatto. Quando si viene costituiti in mora per un debito verso l’Ente, la questione viene regolarmente segnalata all’interno della propria Area riservata, ma non si viene avvisati esplicitamente. L’ENPAP fino a pochi anni fa e prima della gestione AltraPsicologia comunicava pochissimo con i propri iscritti: oggi le cose sono molto migliorate, ma c’è ancora della strada da fare.

Che l’ENPAP non abbia mai fatto prima di oggi una vera sanatoria è un terzo fatto. La stessa Agenzia delle Entrate tratta meglio i propri “evasori”: in caso di accertamento, “premia” l’immediata restituzione del debito con la riduzione a 1/6 di sanzioni e interessi.

Le vecchie “sanatorie” della maggioranza Aupi, l’ultima nel 2008, erano di fatto finte.

Nel caso dell’ENPAP infatti con queste sanatorie non sono stati mai stati toccati né interessi di mora, né sanzioni. Ciò che è stato proposto in passato, per due volte è stata una mera forma di rateizzazione degli importi dovuti. Inoltre la “sanatoria” è sempre una misura eticamente discutibile.

Cosa si potrebbe fare

Nel 2016, con il governo di AltraPsicologia, gli interessi moratori sono stati ridotti dal 5,5% annuo al 3,6%. Una misura corretta e di giustizia, che avvicina l’interesse moratorio all’interesse attivo maturato dal montante: non avrebbe infatti alcun senso che l’ENPAP si proponesse di produrre un guadagno dagli interessi di mora! L’interesse di mora va semplicemente evitato: non dovrebbe esserci.

Occorrerebbe chiarire la priorità dell’Ente: fermare l’emorragia di liquidità causata dalla morosità oppure sanzionare il comportamento dei colleghi morosi. Fare entrambe le cose, cioè chiedere subito e a tutti di restituire il bottino con interessi e sanzioni, oppure si va in tribunale, può portare a conseguenze potenzialmente gravi. Non dimentichiamo che sono tempi in cui responsabile dell’ufficio legale di Equitalia si è dimesso dall’incarico nel 2012 non sopportando più il peso del suo incarico. Gli psicologi, in più, da liberi professionisti quali sono, rimangono esposti ai capricci della sorte e a variazioni imponenti di reddito da un anno con l’altro. Sono del tutto concorde con il ripristino della legalità attraverso il recupero dei montanti e degli interessi attivi effettivamente maturati.

E’ però un fatto che l’ENPAP non sia ancora in grado di distinguere nella graduazione della “pena” tra callidi evasori e colleghi in evidente e comprovabile difficoltà. Occorrerebbe riconoscere la ragione sottesa alla situazione debitoria. E agire di conseguenza con un sistema di sanzioni crescenti. Non è facile: ci sono leggi, ministeri e sindaci, lo so bene.

I have a dream. Vorrei che ci si mettesse in condizioni di distinguere le situazioni di reale necessità e che proponessimo per la prima volta di intervenire su sanzioni e interessi con chi vuole mettersi in regola e si fa parte attiva per questo, permettendo il rientro dei montanti e rinunciando agli intenti sanzionatori-retributivi nei casi di bisogno più gravi.

Se scrivo questo è perché temo che l’intransigenza possa limitare l’analisi del problema delicatissimo e sfaccettato del “recupero crediti” ad una questione di equità da ripristinare.

La mia (modesta ma chiara) promessa elettorale su questo punto

L’ultimo e principale strumento è anche il più semplice da adottare, non servono sanatorie né valutazioni né sistemi di sanzioni crescenti.

Come consigliere CIG dal 2017 mi impegnerò a fare tutto quanto sarà in mio potere per fare una battaglia su questo punto. Informare il collega sulla sua eventuale situazione debitoria anno per anno e sugli interessi che gli dovessero essere applicati.

In questo modo si ottiene un duplice effetto positivo, immediato e sicuro di dissuasione e di prevenzione-tutela del collega da brutte sorprese.

Del resto l’art. 1219 del Codice Civile esiste per questo: “il debitore è costituito in mora mediante intimazione o richiesta fatta per iscritto”. E’ una regola generale, non a caso prevista dal Codice. Perché il debitore possa definirsi tecnicamente “in mora”, il creditore dovrebbe prima avvisarlo. Una complessa congiuntura tra regolamento dell’Ente e Statuto permette di aggirare questa semplice ma fondamentale tutela di legge.

Una “gabola” purtroppo frequente nel caso degli enti di previdenza, che, chissà perché, si ritengono esentati da una norma che è invece una garanzia per tutti, anche per gli enti stessi.

Mauro Grimoldi