Deontologia for dummies – “Siamo tutti un po’ psicologi?”

di Roberta Cacioppo

Siamo tutti un po’ psicologi?”.

Purtroppo a volte sembra che siano – alcuni – psicologi stessi ad avallare questa pessima affermazione.

Il nostro codice deontologico, in quanto tale, si radica in un’etica professionale condivisa, all’interno della quale il professionista è costantemente in rapporto con il proprio lavoro: nella sua prospettiva storica e in quella futura.

La deontologia è un dispositivo di tutela per il cittadino, e solo in seconda battuta serve a valorizzare la nostra professione. Da noi in Lombardia, invece, il presidente dell’Ordine fa il suo discorso di insediamento sottolineando la natura individuale dell’etica, ed esce sul Corriere della Sera dichiarando che “l’Ordine tutela i propri iscritti”.

Sgomento.

Non è certamente questo l’Ordine a cui penso come psicologa iscritta, né tantomeno come Consigliere dell’Ordine, oltretutto facente parte della Commissione Deontologica.

La deontologia è il motore grazie al quale abbiamo la possibilità di riflettere sulla qualità dei servizi che eroghiamo, e dove la dimensione etica è intrinseca alla nostra prestazione professionale, soprattutto in quanto esperienza tipicamente umana, data la natura del nostro lavoro. Ci aiuta Daniele Loro, sostenendo che “la deontologia professionale nasce esattamente dalla necessità di regolamentare in modo giusto l’attività del professionista, salvaguardando in tal modo anche l’asimmetria di un rapporto molto particolare, che da una parte vede l’esercizio di un potere e dall’altro la presenza di un atteggiamento di fiducia.”

E ancora De Re, quando afferma che la nostra professionalità è legata alla necessità di assicurare “la tutela di alcuni beni fondamentali per la vita personale e sociale”.

La deontologia professionale, diventa quindi una vera e propria istanza, una “tensione a non semplificare l’atto professionale, ma a contestualizzarlo e a interrogarsi sull’uso e sulle ricadute personali e sociali che da esso possono derivare” (Kaneklin).

Quando ci sono le elezioni per gli Ordini regionali, in pochi si soffermano su una questione a mio parere fondamentale: una delle funzioni principali di un Ordine professionale sta proprio nel trattamento responsabile della questione deontologica. Il che significa aver ben presente che i Consiglieri si devono occupare di trattare gli esposti che ricevono a carico dei colleghi: istruire un caso significa raccogliere tutti gli elementi necessari a poterlo discutere in Consiglio ed esprimere quindi una valutazione collegiale sul comportamento del collega segnalato. Come scrive la collega Valeria La Via (ex coordinatrice della Commissione Etica e Deontologia nel quadriennio 2010-2014) in un’interrogazione al nostro attuale presidente, le nostre discipline, pur non essendo scienze esatte, devono “confrontarsi con il consenso della comunità scientifica, quello recepito negli Stati Uniti dai cosiddetti “criteri Daubert”. È questa, ossia la comunità degli esperti, la maggioranza di cui il Consiglio deve riflettere il parere in sede disciplinare”. Letteratura e linee guida condivise dalla comunità scientifica devono essere conosciute e rispettate, perché rappresentano dei veri e propri valori ai quali fare riferimento quando guardiamo alle nostre prassi professionali.

Questi, infatti, sono i criteri di riferimento per il nostro lavoro quotidiano, che si situano su diversi livelli, necessariamente integrati tra loro:

  • Codice Deontologico
  • Legge istitutiva della professione (L. 56/89)
  • Leggi italiane sovraordinate rispetto al CD
  • Linee guida professionali
  • Letteratura scientifica

È evidente come l’interazione tra queste dimensioni sia costitutiva della nostra professionalità, e a maggior ragione debba diventare fondamento dell’attività deontologica all’interno del Consiglio. Senza questa sinergia, infatti, il Codice Deontologico sarebbe inutilizzabile, ridotto a norma sterile e bidimensionale.

Vi riporto qui alcune riflessioni di colleghi ai quali ho informalmente chiesto quali dovessero essere, secondo loro, le competenze specifiche di un Consigliere dell’Ordine in materia di deontologia.

  • Pratica clinica tosta alle spalle
  • Esperienza di collaborazione con i servizi.
  • Buona indipendenza dalle proprie convinzioni personali.
  • Passione e motivazione all’aggiornamento.
  • La scelta del coordinatore della Commissione deontologica è fondamentale, perché è colui che deve prendersi in carico organizzazione, problemi dei consiglieri istruttori, gestione dei rapporti con i legali, interfaccia con l’Osservatorio Nazionale presso il CNOP, verifica dei documenti, gestione della segreteria.
  • Sapere: tutto ciò che riguarda la normativa e lo studio di casi trattati sui diversi articoli, ma anche il conoscere procedure e iter burocratico … nonché’ linguaggio specifico 
  • Saper fare: il saper fare domande… saper redigere report… ma non solo
  • Saper essere: integrità, moralità, senso del dovere istituzionale.
  • Una profonda consapevolezza di come funzioni la deontologia a livello di processo di pratica e pensiero.
  • Una certa dimestichezza col ragionamento dubitativo e coi dilemmi.
  • Atteggiamento volto alla complessità più che al giudizio.
  • Un atteggiamento maieutico, volto a trasformare l’eventuale procedimento disciplinare anche in un momento di apprendimento per il collega e per la comunità, più che in una mera azione punitiva. 

Di fronte alle difficoltà affrontate all’interno della Commissione deontologica sin dal mio ingresso meno di 2 anni fa (sostanzialmente riconducibili a un pericoloso e sterile appiattimento sulla funzione giuridica, a discapito di quella meramente deontologica) e ultimamente in Consiglio sempre sul tema deontologia (leggi qui il mio articolo sul blog di AltraPsicologia) ho seriamente considerato l’ipotesi di dimettermi dalla Commissione Deontologia, mi sono confrontata con i miei colleghi, e alla fine ho semplicemente pensato che non me la sento di andarmene. Non me la sento perché chi mi ha votato mi vuole lì, perché ho un debito nei confronti della comunità professionale, perché andarsene mi farebbe sentire vigliacca, mentre dall’interno posso continuare a proporre il mio apporto, e continuare a battermi per la deontologia in cui credo.

Durante la scorsa consigliatura ho avuto una coordinatrice di commissione dalla quale ho imparato molto, e ho lavorato insieme a due altre colleghe con una profondità di pensiero che mi ha permesso di riflettere molto, di non dare nulla per scontato, di mettere in discussione criticamente le mie posizioni più personalistiche leggendole in ottica più ampia, della professione.

Oggi, invece, mi viene detto che “parlare male di un gruppo di cui si fa parte da fare brutta figura con se stessi”. Ma sono ben altre le cose che potrebbero farmi sentire in imbarazzo con me stessa: io non mi vergogno affatto, anzi! Forse, se l’ignavia che io sento in queste parole che sono state pronunciate nei miei riguardi fosse appartenuta anche ad altri nella storia, l’Italia sarebbe ancora una monarchia (cit.: Mauro Grimoldi).

Io sono fermamente convinta che un Ordine debba contribuire al dibattito quando quello che si discute può poi avere conseguenze che entrano nei nostri studi.