Il Codice Deontologico è diventato cangiante?

di Roberta Cacioppo

Negli ultimi anni nei nostri studi registriamo una maggiore presenza di ragazzi infra diciottenni. Le richieste sono tante. Per questo stiamo pensando di variare anche il nostro codice deontologico, che prevede per i minori il consenso dei genitori, affinché anche il sedicenne possa accedere all’assistenza psicologica in modo autonomo“.

Questa una dichiarazione del nostro Presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi – Fulvio Giardina – in occasione della giornata nazionale della psicologia, svoltasi il 10 ottobre 2017.

Mi ha molto sorpresa apprendere in questo modo dell’eventualità di una modifica del Codice. Posso solo sperare che si tratti di uno di quei casi in cui il giornalista ha condensato un pensiero alterandolo… ma questo non spiegherebbe il virgolettato e l’assenza (almeno che io sappia) di smentite da parte del dottor Giardina.

Mi domando innanzitutto: c’è consapevolezza del fatto che il Codice Deontologico sia modificabile solo attraverso referendum?

E ancora più importante: sappiamo che il Codice non può essere modificato contra legem? Cioè che esiste una normativa civilistica di rango superiore, quindi il Codice non può stabilire cose diverse da quelle previste per legge?

In base alla legislazione vigente, il consenso informato può essere espresso da un individuo soltanto se sussistono due condizioni di base:

  • la capacità di agire, che salvo eccezioni si acquisisce con il compimento del diciottesimo  anno di età (art. 2 c.c.);
  • la capacità di intendere e di volere.

In definitiva, l’attuale ordinamento giuridico prevede che solo gli individui maggiorenni in grado di intendere e di volere possano esprimere il consenso a qualunque trattamento sanitario li riguardi.

Ad oggi, infatti, le uniche eccezioni che prevedono la possibilità di accesso di un minore senza il consenso dei genitori sono regolate da due leggi:

  • la 194/1978 (consultori) in tema di tutela sociale della maternità e di interruzione volontaria della gravidanza
  • la 309/90, che prevede la possibilità di un minore di accedere in forma anonima a un programma riabilitativo all’interno di un SERT (servizio pubblico o accreditato per le tossicodipendenze)

Se avessimo una legge sulla psicologia scolastica (come accade nella maggior parte dei Paesi europei), probabilmente anche in quel caso potremmo derogare a una serie pesantissima di disbrighi burocratici, ma non ce l’abbiamo. E a quanto ne so, il nostro Consiglio Nazionali negli ultimi 3 anni non ha mosso alcun passo concreto in quella direzione… spero di sbagliarmi: se qualcuno potesse confutare questa mia, mi migliorerebbe di molto l’umore!

Diverso è, se stiamo pensando a un discorso di più ampio respiro legato al tema dell’autodeterminazione del minore, ma ci troviamo comunque all’interno di contesti particolari.

Ad esempio, la Convenzione di New York valorizza la possibilità che il minore venga ascoltato “in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne”. O ancora, la convenzione di Oviedo prescrive che il parere di un minore sia preso in considerazione come un fattore sempre più determinante, in funzione della sua età e del suo grado di maturità e che il soggetto incapace debba, nei limiti del possibile, partecipare alla procedura di autorizzazione dell’intervento medico. Ma, in entrambi i casi, l’espressione dell’opinione del minore non equivale alla possibilità di far valere la sua volontà.

Al presente, quindi, le uniche mani che possono muoversi perché qualcosa cambi nell’ambito della presa in carico psicologica dei minori sono quelle del legislatore, chiamato a dirimere questioni tutt’altro che semplici nell’ambito dei diritti dei minori, in particolare nelle situazioni in cui il minore può essere soggetto attivo di un diritto. Il terreno, tuttavia, è certamente molto tortuoso, perché si tratta di avere a che fare con principi molto ambivalenti, che si muovono tra

  • la protezione e la tutela del minore in ambito sanitario, educativo, giuridico, etc, e
  • la promozione di sui spazi di autonomia e autodeterminazione.

Chiarito questo (e certamente di molto altro si potrebbe ancora discutere), mi piacerebbe che chi ci rappresenta a livello nazionale, dentro l’istituzione e in dialogo con le altre istituzioni, si preoccupasse un po’ di più delle dichiarazioni che gli vengono attribuite con dei virgolettati. La responsabilità è nei confronti dei colleghi, ma anche di qualsiasi cittadino – minorenne, magari, o genitore di un adolescente, o chissà che altro – che legga affermazioni del genere dichiarate da chi in questo momento rappresenta tutti gli psicologi italiani.