Abolito l’Esame di Stato degli Psicologi?

Di Mauro Grimoldi 

È notizia di oggi che il Consiglio dei Ministri ha approvato in seduta di ieri, 18 Ottobre, l’abolizione dell’esame di Stato per gli psicologi (http://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-67/15454): “le lauree magistrali a ciclo unico (…) in Psicologia conferiranno l’abilitazione all’esercizio delle professioni (…) di psicologo”.

Cosa è successo? In principio fu l’emergenza COVID-19. Che, indipendentemente dalla tragedia individuale e collettiva che ha attraversato il mondo, ha richiesto la disponibilità immediata di professionisti medici. Mentre nella più parte di questi, gli Ordini regionali degli Psicologi non trovavano di meglio che proporre dell’altro lavoro gratuito ai propri iscritti, l’Ordine dei Medici chiedeva invece l’abolizione di tutto ciò che si trovava tra università e professione. Incluso l’esame di stato. Il fosso è stato saltato grazie al decreto legge 18 del 17 Marzo 2020. Ciò che avviene oggi è che quel modello di riferimento viene adottato anche dalle altre professioni sanitarie.

Se il governo approverà, cosa probabile, il disegno passato ieri al Consiglio dei Ministri, l’Esame di Stato previsto dall’articolo 33 della costituzione verrà di fatto quindi riassorbito dall’esame di laurea. Il tutto nel giubilo di alcune decine di migliaia di studenti che vedono di fronte a sé il guadagno di un anno e mezzo di vita tra tirocinio e preparazione del sospirato esame.

Ma è davvero una buona notizia? Proviamo a fare un ragionamento.

1. Fine di un rito inutile

Non vi è dubbio sul fatto che l’Esame di Stato degli psicologi lasciasse molto a desiderare in quanto rito di passaggio. Van Gennep ci ha istruiti sul fatto che questo preveda l’abbandono di una condizione di sicurezza, un rischio da affrontare, il ritorno al mondo normale investiti di un nuovo ruolo sociale. In questo caso, numeri alla mano, il pericolo da affrontare non è granché: l’esame di Stato degli psicologi tendenzialmente si passa facilmente.

2. Tirocinio 

È la prima vittima designata del nuovo disegno di legge. Scompare quel lasso di tempo in cui il nuovo psicologo, forte di tutto ciò che ha imparato, va a bottega, impara a fare il lavoro per cui si è formato, vede veramente e dal vivo cosa si fa e come lo si deve fare. Tralasciando i casi sono troppo numerosi ma certo non auspicabili di tirocini “fake”, più o meno simulati o fallimentari, il tirocinio professionalizzante è l’esperienza, difficilmente surrogabile da un’esperienza prae lauream, che consente davvero a uno studente di diventare un professionista. Senza, autorizzarsi a vedere i pazienti, a fare diagnosi o sostegno, ad aprire insomma uno studio è un atto temerario.

3. Conseguenze sulla filiera della formazione

In una società che rende difficile per i giovani sentirsi pronti, e di fronte a un’università che sceglie coscientemente da diversi anni di evitare accuratamente il più possibile di insegnare le tecniche (del colloquio, dei test, ecc) professionalizzanti, per ripiegare su una formazione prevalentemente se non esclusivamente culturale, l’idea che l’abolizione dell’esame di Stato consenta di risparmiare un anno e mezzo rischia di rivelarsi un buon proposito. Come chi a capodanno decide di iniziare una dieta che non arriverà all’epifania. La maggior parte dei laureati in psicologia, infatti, reduci da un’esperienza universitaria teorica e astratta, formati da docenti che spesso non svolgono neppure la professione sul campo e senza un’esperienza pratica su cui fare affidamento, sentiranno ancor più di oggi di avere bisogno di altra formazione per iniziare a lavorare. Cercheranno altre botteghe in cui formarsi. Le troveranno probabilmente nei master e nelle scuole di psicoterapia private, che richiederanno investimenti di tempo e di risorse che saranno ben superiori a quanto si pensava di aver guadagnato.

4. Fretta di andare, si, ma dove?

Tagliare un anno e mezzo di formazione è una bella tentazione. Ma lo è soprattutto per chi sappia bene dove andare. Per chi ha cioè di fronte a sé le magnifiche sorti e progressive di un contratto pubblico. Ma ma per i laureati in psicologia, che in una percentuale superiore al 75% (Dati Enpap alla mano) nel decennio successivo faticheranno ad esercitare la professione ricavandone quanto necessario per vivere e che comunque eserciteranno quasi tutti (92%) la libera professione, la necessità non è quella di risparmiare un anno di vita, ma di arrivare più attrezzati al momento in cui dovranno presentare al pubblico una competenza spendibile. E qui torna il tema della Bottega, del tirocinio e del riassunto di quanto serve ad esercitare una professione. Inutile quindi far andare più veloce l’auto ingranando la marcia più alta se non si sa che strada prendere.

5. Professione ancora più fragile

La professione di psicologo esiste dal 1989. È la professione più giovane tra quelle sanitarie, ed è anche la più evanescente. Complice il fatto che lo psicologo non tratta la materialità del corpo, i suoi strumenti tendono ad essere confinati all’area del simbolico, della parola. Un territorio troppo facilmente assediato da più parti dalle varie pseudo professioni dei counselor, dei coach, dei pedagogisti clinici e di molti inventori – e venditori – di sedicenti “nuovi” mestieri. Meno sono cristallizzati e sedimentati, più sarà facile aggredire i confini di un mestiere che, giustamente, gli psicologi rivendicano se stessi.

La conclusione va da sé. L’Esame di Stato sarà forse apparentemente una perdita di tempo, un baluardo un po’ evanescente, messo lì a presidiare un confine fragile. Ma toglierlo, e conseguentemente eliminare anche il tirocinio post formazione, nutrito di ciò che si sa, è una semplificazione, un’accelerazione, un vantaggio solo se l’università ha offerto un percorso professionalizzante e se si sa con molta precisione quale sarà il proprio percorso professionale. Si rischia sennò di ritrovarsi ancora più rapidamente di prima con in mano il solito, classico, inutile pugno di mosche cui i giovani psicologi sono drammaticamente abituati.